L’Egitto e i primi Morsi di un’evitabile guerra civile

 

di Gabriele Bonafede

“I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, scrisse John Reed nel 1917 raccontando la rivoluzione d’Ottobre in Russia. E dieci sono i giorni che separano l’immensa manifestazione contro il presidente Morsi e l’inizio del Ramadan. Dieci giorni che potrebbero sconvolgere il mondo mediterraneo, al cui centro c’è la nostra Sicilia, piccola-grande Isola che gode e patisce al tempo stesso della propria posizione fortemente strategica.

Egitto: manifestazionedel 30 Giugno 2013. Foto tratta da www.businessinsider.com

Morsi intende resistere fino alla notte tra il 9 e il 10 Luglio per poi sperare di tenere e rimandare il tutto a causa del mese di penitenza del mondo mussulmano. Ma la situazione è già scappata di mano. La manifestazione di un paio di giorni fa è stata semplicemente immensa, la madre di tutte le manifestazioni, avrebbe detto un dittatore di un altro Paese mussulmano che oggi non c’è più.

Ne proponiamo alcune strabilianti immagini, in uno dei tanti video apparsi su youtube con le riprese da un elicottero militare. Forse è la più grande manifestazione nella storia dell’umanità, come l’annuncia il video stesso, con milioni di persone, forse 20 o 30, che affollano il centro di una città immensa come Il Cairo.

D’altronde, l’opposizione a Morsi sostiene d’aver raccolto qualcosa come 22 milioni di firme per mandare a casa il presidente, in un paese di 84 milioni di persone, compresi i bambini. Si tratta dunque di un enorme sostegno attivo per il cambio nella direzione del Paese dei faraoni e che coinvolge la larga maggioranza della popolazione. Tutto questo è essenzialmente frutto della spinta dal basso per tornare alla laicità dello Stato e alla netta separazione tra Stato e Religione.

Come uno zar, o un Kerenski ormai sconfessato dal proprio popolo al quale si è unito l’esercito, Morsi ha perso in blocco quasi tutto il proprio governo dimissionario ed è sostenuto dai fondamentalisti del proprio partito, i Fratelli Mussulmani. I quali minacciano di resistere a oltranza anche a costo di ciò che si profilerebbe come una guerra civile.

Già in due giorni e due notti, gli scontri nelle strade tra fazioni hanno provocato un numero imprecisato di morti (30, 40?) e di feriti (più di 600?). Si tratta di scontri sporadici e disordinati, con sassaiole e uso d’armi automatiche e semiautomatiche, ma che sembrano, purtroppo, un grave preludio a una guerra civile che sarebbe di proporzioni devastanti non solo per l’Egitto ma per tutto l’equilibrio geopolitico che si interseca tra Mediterraneo e Vicino Oreinte.

È in effetti difficile distinguere la road map dei militari egiziani per rimettere il paese dal caos, dalla definizione di “colpo di stato”, visto che Morsi è stato eletto democraticamente circa un anno fa. Ma è anche vero che di fronte a una tale manifestazione qualsiasi presidente di un Paese democratico avrebbe già rassegnato le dimissioni, proprio per evitare il peggio, magari con l’assicurazione di avere garantiti i diritti civili per i rappresentanti del proprio partito.

La “deadline” stabilita dal Capo di Stato maggiore e Ministro della difesa, Abdel Fattah el Sissi, si avvicina. Si avvicina pure il Ramadan, e il Mondo Mediterraneo è con il fiato sospeso in attesa di sconvolgimenti.


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