Le verità scomode su Giorgio Bocca

Le commemorazioni e il ricordo di Giorgio Bocca fatte molto benevolmente da Giulio Ambrosetti credo per rispetto a verità scomode che riguardano questo mostro sacro della cultura italiana, meritino delle opportune riflessioni. La benevolenza sul giornalista e sull’uomo che ha caratterizzato, in queste ore e a caldo, i giudizi espressi nei suoi confronti da certa stampa ad “usum delphini” credo vada stemperata per la contraddittorietà, per l’incoerenza e per la vis polemica, molto spesso a sproposito, dimostrata dal personaggio in questione nella sua lunga esistenza.
In una cosa, Gorgio Bocca è stato coerente nella sua lunga vita: in quella di essere stato costantemente razzista. Prima antiebreo e poi antimeridionale. Come quando, giovane fascista assieme a tanti altri gerarchi del regime e molti intellettuali dell’epoca, nel 1938, sottoscrisse “il manifesto della razza”, documento base delle leggi razziali fasciste contro gli ebrei. Contro gli ebrei prima e contro i meridionali dopo. Una costante razzista che ha caratterizzato da sempre la sua vita.
Ecco quanto scrisse sul giornale “La Provincia Grande” nel lontano 4 agosto del 1942 in una articolo nel quale imputava il disastro della guerra alla congiura ebraica, scrivendo tra l’altro: “Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa della guerra attuale. A quale ariano, fascista e non fascista, può sorridere l’idea di essere lo schiavo degli ebrei?”. Esattamente un anno dopo avere scritto queste ripugnanti frasi, e precisamente il fatidico 8 settembre del 1943, Giorgio Bocca avvertendo l’odore della sconfitta da fervente e convinto fascista fa il salto della quaglia e diviene partigiano, addirittura come comandante della decima divisione di ‘Giustizia e Libertà’ e poi, nei primi mesi del 1945, fa parte dei giudici dei tribunali del popolo, firmando, a guerra conclusa, la condanna a morte del tenente Adriano Adami e di altri 4 prigionieri della Repubblica Sociale Italiana, gente che in passato la pensava come lui e la qual cosa non andava perdonata.
Ecco, dal Fascismo alla Resistenza, chi fu Giorgio Bocca, il fustigatore dei meridionali nei sui numerosi libri tra i quali il recente La neve sul fuoco (Feltrinelli) in cui definisce la gente del Sud orrenda e repellente, con particolare riferimento a due città – Napoli e Palermo – e con ciò suscitando la giustificata indignazione di tanti meridionali stanchi di essere offesi e vilipesi nelle loro tradizioni, nella loro storia e nella loro cultura.
Non è, del resto, la prima volta. E’ accaduto spesso che Giorgio Bocca, con stomachevoli venature razziste, si sia scagliato contro i meridionali, come quando – riferendosi alla capitale della Campania – si lasciò andare a frasi come questa: “Napoli è tuttora un cimiciaio come lo era prima”. E i territori del Meridione definiti: “Zone urbane marce ed inguaribili”.
Ricordando le prime volte che ebbe a visitare il Sud affermava. “C’era sempre un contrasto tra i paesaggi e questa gente orrenda: un contrasto incredibile fra cose meravigliose ed una umanità ( la gente del Sud, ovviamente ndr) repellente”. E come se non bastasse, in un altro suo libro – Aspra Calabria – con il suo sprezzante ed acclarato nordismo (simpatie nei confronti del partito di Bossi? il dubbio è legittimo), percorrendo la Calabria con il naso arricciato dallo “schifo” nei confronti delle popolazioni locali non perdeva l’occasione di gettare discredito e fango su di esse definendole barbare e incivili.
Queste affermazioni razziste di Bocca e quanto riportato nei suoi scritti non hanno fatto altro che attagliarsi e portare acqua al mulino secessionista di Umberto Bossi, mortificando, tra l’altro, quella verità storica per la quale all’Unità di questo Paese diedero il loro peculiare e fondamentale contributo le tanto vituperate e vilipese popolazioni meridionali.
Ecco perché per quanto detto non avremmo mai potuto accettare lezioni di civiltà da uno come Giorgio Bocca che, anziché riesumare nei confronti dei meridionali giovanili rigurgiti razzisti, avrebbe dovuto pensare più opportunamente a trarre, per restare in pace con se stesso e con la sua coscienza, un bilancio della sua intensa, lunga, discussa e controversa vita. Ma ormai è troppo tardi è un peso questo e un rimorso che certo si porterà nella tomba.
Ed è anche per questo che i meridionali e i siciliani, resi consapevoli di tali poco onorevoli trascorsi di questo “mostro sacro” della cultura italiana, di sicuro non si listeranno a lutto e non si strapperanno le vesti per la sua morte.

 


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