Le cronache del Rock in Roma: il bimbo indemoniato,l’antico romano e le palme di plastica

Ogni concerto è una guerra: nel resistere per ore sotto il sole per prendere i posti migliori, nel mantenerli tra le spinte della folla, nelle corse da centometristi verso il palco schivando i ragazzini ubriachi già dalle 4 del pomeriggio. Immaginatevi, quindi, cosa possa essere seguire a Roma,sotto una cappa di calore, i tre concerti di White Lies, Franz Ferdinand e The Killers.

Fuori dai cancelli ho sentito lunghe discussioni su chi dovesse essere considerata la band protagonista del concerto: basandosi sulla grandezza dei caratteri nel cartellone, sull’ordine di uscita, su chi era stato annunciato per prima, era tutta una gara tra The Killers e Franz Ferdinand. I White Lies ne restono fuori, bollati come gruppo spalla. Prima che inizino a cantare sento persino un sonoro “ma chi cazzo sono?” alle mie spalle.

Il risultato è, però, sorprendente: niente fronzoli, solo musica.

Il cantante Harry McVeigh a tratti sembra intimidito”it’s the first time we are here in Italy” ci dice, e poi attacca a suonare. Un ragazzo romano che si candida forzatamente a “Virgilio musicale” inizia un sermone sulle somiglianze coi Joy Division. Ed effettivamente sono molte: sonorità cupe e testi un po’ gotici, ma grande attenzione all’aspetto ritmico. Il cantante rimane quasi tutto il tempo con le braccia dietro la schiena come i vecchietti che osservano i lavori stradali. E ogni tanto sorride. Mi viene da augurargli una vita più felice di Ian Curtis. Il batterista, che mi ricorda moltissimo il bambino di About a Boy ma con uno sguardo spiritato, mantiene una concentrazione estrema per tutto il concerto.

Considerando un solo album all’attivo, e quindi una selezione di brani limitata, sembra quasi normale che alcuni brani suonino piuttosto ripetitivi, ma le reazioni del pubblico sono molto buone. Pochi sono i veri fan ma alla fine tutti seguono compiaciuti. Inevitabile che la maggiore attenzione sia per To Lose My Life, col ritornello cantato a squarciagola da tutti, e per il finale con ‘Death’ ma altri brani come ‘Farewell to the Fairground’ o ‘A Place to Hide’ funzionano benissimo.

Insomma è chiaro che la stoffa c’è tutta. E a livello canoro Harry McVeigh è il cantante che, in tutta la serata,si fa notare di più per potenza.

“It’s the first time we are in Italy”,ripete alla fine: c’è da lavorarci sopra…

Mezz’ora d’attesa e gli scozzesi Franz Ferdinand entrano trionfanti.

Da quando mettono piede sul palco, è chiaro che non siamo noi ad ospitarli qui a Roma: sono loro i padroni di casa, e che padroni! Tutto lo spettacolo sembra ideato esclusivamente per noi: dall’adesivo SPQR sulla chitarra all’ingresso del batterista Paul per l’encore con indosso un elmo da antico romano, tutto è un omaggio al pubblico italiano. Ancora: il “transimission party” di ‘Do You Want to’ diventa “roman party” e il frontman Alex Kapranos intrattiene ed incita continuamente il pubblico in un buon italiano.

-Fate casino,Roma!!-esorta Kapranos. Ma non ce n’è proprio bisogno. Si parte con una versione accelerata di ‘This Fire’ – generalmente usata come chiusura, quasi a ribadire che ogni loro concerto è unico – e già è il delirio. Con ‘Do You Want To’ e ‘Take me out’ le prime file ondeggiano pericolosamente. Durante ‘Michael’ il chitarrista Nick scende dal palco e suona a ridosso delle transenne mentre Alex si lancia in riff tenendo la chitarra dietro il collo. Una festa gioiosa dall’inizio alla fine.

Le ultime canzoni si godono con più tranquillità: viene da pensare che i fan duri e puri – o forse solo i più casinisti – non abbiano apprezzato molto l’ultimo disco. Eppure è in questa parte del concerto che troviamo le parti ritmiche più sorprendenti, il finale con ‘Lucid Dreams’, che nella versione dell’ultimo disco contiene una lunga parte elettronica, trasforma l’ippodromo in una discoteca a cielo aperto. E Outsider- in realtà del secondo disco – dimostra lo straordinario affiatamento della band. Dopo aver seguito il ritmo esotico del ritornello la band si riunisce intorno alla batteria e si scatena. Probabilmente il momento più bello.

Molto curato anche l’aspetto visivo: la scelta dei video proiettati dietro la band è perfetta. Le labbra di una donna per ‘No You Girls Never Know’, occhi rossi per ‘Lucid Dreams’, il David di Michelangelo(altra strizzatina d’occhio al pubblico italiano?) durante Turn it on.

Per i The Killers l’attesa si fa più lunga: ci vuole un’ora per montare la scenografia e completare il soundcheck. Entrano palme giganti (a richiamare la copertina di Day & Age), tubi al neon ovunque, la mitica insegna luminosa a forma di k, altre palme: tutto fantastico, certo, se non fosse che in prima fila potrò vedere solo la metà di tutto questo.

Nell’attesa, l’emergenza acqua si fa sentire, e i cori si fanno più incattiviti. La security fa volare qualche sparuta bottiglia tra il pubblico e vien quasi da rimpiangere i prezzi ladri degli ambulanti. La security ci racconta dell’invasione di palco al concerto di alcuni giorni prima. Avevo sentito dire che in futuro le nazioni si faranno guerra per l’acqua: inizio a temere che la guerra tra fan dei Franz e dei Killers sarà per qualche bottiglietta in più o in meno.

C’è spazio anche per una piccola scommessa: quali piume indosserà Brandon sulla sua giacchetta?

Poi sullo sfondo del palco parte un countdown. La band entra tra ovazioni e qualche urlo isterico-ormonale: fingo disapprovazione, perché la mia isteria l’ho consumata già intravedendoli a lato del palco, durante l’ultima canzone dei Franz.

Tornando alla scommessa: io avrei detto piume d’aquila, come nel video di ‘Human’. Ma, all’ingresso di Brandon, facciamo pari per tutti perché è impossibile identificare un animale dalle piume nere glitterate.

Si inizia con ‘Human’, completamente sommersa dai cori dei fan. Poi una serie di pezzi più deboli come ‘Joy Ride’ e ‘This is your life’ spezzati da una scatenata ‘Sombody Told Me’.

Dopo un trionfale approccio in italiano ”Siamo i The Killers e questa sera siamo vostri”, Brandon continua ad interagire in inglese col pubblico. Durante ‘For Reasons Unknown’, gioca un po’ con noi e spiega anche la genesi di quella canzone, elogiando tra l’altro le ”beautiful italian girls”. Il mio Virgilio musicale – che inizia a darmi seriamente sui nervi- dice che “pare un concerto de Madonna”. Ma non si tratta di deriva pop, qui si mostra la parte più ”autoriale”, in una scaletta che mette da parte alcune perle come ‘Sam’s Town’ o ‘Losing Touch’ per privilegiare i grandi successi.

Il cartello di un fan dice “It’s Indie Rock an roll for me”,ma forse questa sera non ne hanno messo abbastanza.

In tutto questo Brandon rimane eccezionale. Come Alex Kapranos dei Franz Ferdinand sa muoversi benissimo sul palco: saltella da una cassa all’altra, canta col pubblico, ma l’impegno è doppio in quanto fa tutto da solo, mantenendo il suo sorriso sornione fino alla fine.

Nonostante la stanchezza sia generale, la seconda parte del concerto regge molto bene con alcuni pezzi forti come Spaceman, Read My Mind e All These Things That I’ve done(col coro ‘I got soul but I’m not a soldier’ che potrebbe durare all’infinito per quanto è trascinante) suonati e cantati alla perfezione.

Non particolarmente originali le scelte dei video: si gioca con colori e luci e per alcuni singoli viene proiettato il video ufficiale come in Bones (insomma,se ti fai girare il video da Tim Burton ogni momento è buono per mostrarlo), ma le movenze di Brandon rendono il tutto superfluo.

Chi è stato a Verona dice che questa esibizione è stata più riuscita.

Il finale è affidato a ‘When you where young’. Brandon la introduce dicendo “Enjoy it as hard as you can as we will play it as hard as we can” e via una pioggia di fuochi d’artificio ad accompagnare uno dei brani più riusciti.

La band ci saluta e l’organizzazione fa partire le note di ‘Moon River’ che in una serata del genere – dove anche le canzoni diffuse durante le pause sono state puro indie- sembrano un po’ una presa in giro.

Pare che Killers e Franz siano stati molto disponibili coi fan all’uscita, ma storie di autografi e di cartoni di pizza condivisi li scoprirò al mio ritorno – con una punta d’invidia – sui vari forum;a me, nella difficoltà di destreggiarsi tra taxi pieni e una pessima organizzazione del trasporto urbano, rimane la soddisfazione per un grande evento.


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