#Lda: cosa vuol dire essere uno sbirro a Palermo Nel libro di un ex pinguino, tra sigarette e omicidi

Rubate, forse, è la parola migliore. Perché il libro in questione parla di polizia, di latitanti, di furti, omicidi e rapine a mano armata alle Poste. Teatro degli avvenimenti: Palermo. Il fatto che sia una raccolta di racconti non fa altro che renderlo più adatto alle esigenze di questa rubrica, che si propone di suggerire letture adatte agli spostamenti nervosi sui mezzi.

E il primo racconto, quasi a voler confermare la tesi di sopra, inizia con le riflessioni di un poliziotto che si ritrova a raggiungere la questura in via dei Biscottari, passando per via della Libertà, il Massimo, via Maqueda, il Cassaro, la Cattedrale. Il protagonista si lancia in una descrizione personale ed essenziale, la visione di uno sbirro palermitano che alle sei del mattino in sella a una moto riconosce i luoghi della città dai loro elementi caratteristici: i lampioni di via della Libertà, le colonne del palazzo del Banco, il teatro Massimo, non quello luminoso e vivo a cui i cittadini sono abituati, ma un gigante zoppo che rutta livore e indifferenza idiota. Il teatro dell’abbandono e dell’incuria i cui lavori che durarono dal 1974 al 1997, verrebbe da pensare.

La narrazione prosegue, i personaggi cambiano: sempre poliziotti, anzi sbirri, ma con storie e maschere diverse. Le uniche costanti sono il caffè, le sigarette e la Beretta. Si intrecciano personaggi stoici, altri annientati e sconfitti, altri ancora terrorizzati che pur non fuggendo hanno ancora paura. A volte sembra di essere soffocati dal buio, altre un raggio di sole irrompe e riscalda, e sotto la barba vecchia di due giorni si scorge il rossore adolescenziale di uno sbirro innamorato. È sempre presente una nuda umanità.

C’è sulla carta la sensazione che ciò che viene narrato, seppur fittizio, rimandi a esperienze vere e vivide, e che sia il frutto di una vita vissuta. Mutano quindi i personaggi, ma rimane ferma la voce di Di Cara, entrato in servizio alla squadra mobile di Palermo nel ’93. Ai tempi era un pinguino (novellino, in gergo poliziesco), ma non sapeva rinunciare alla tentazione, fortissima e presente in tutti gli scrittori, di raccontare. Le sigarette fumate, i caffè bevuti dai personaggi sono anche i suoi, consumati quando la notte, dopo il lavoro, iniziava a scrivere.

Forse, in questo periodo di diffidenza reciproca, può essere la letteratura a ricucire gli strappi, a costruire i ponti necessari per la comprensione l’uno dell’altro, del diverso. I racconti di Di Cara ci provano, chissà se i lettori della città ne hanno voglia.


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