L’abuso? Non rinuncio al mio Marco Pantani

Mi chiedo, in una società in cui l’abuso non è circoscritto, non può essere circoscritto, perché dovrei rinunciare al mio Marco Pantani. Per abuso intendo anche l’abuso di tasse che insidia il governatorato del mio portafogli. Me lo chiedo di notte, frequentando le movide palermitane, oblative, nuvolate dall’alcool, sconclusionate, senza significativa aspettativa di futuro. Di futuro si impasta la bocca anche il meridionale direttore del Sole 24 ore Roberto Napoletano, nel suo recentissimo “Promemoria italiano”, che scrive del passato come se il passato possa rinascere tra queste belle anime di tutte le città così movidaminose che invece se ne fottono di De Gasperi come degli oscuri fondatori della patria.

Vedere Pantani salire nel 1997 l’Alpe d’Huez ha superato per emozione e piacere le sgroppate di Anquetil, Mercx, del piccolo ma simpatico (antipacitissimo per i parigini che non sopportano gli uomini bassi e bretoni) Hinault, del Contador. Ho sognato dentro di lui, ho scalato con lui. Scoprire oggi che il vincitore di 7 Tour de France, l’americanaccio eroe devastato dal cancro, ma capace di risalite romantiche e hollywoddiane, Lance Armstrong, era dopato mi fa riflettere su questo: se siamo cavie umane non lo possiamo essere solo nel dolore, o nella disgrazia, o nel presente fasullo di un record.

Dunque finiamola con questo perbenismo delle piazze pulite, delle droghe pulite, dello sport pulito. Ognuno è pilota della propria vita. Si può essere avvantaggiati anche senza passato. Liberi di scegliere la nostra morte, come il saltatore di ‘base jumping’, o il cultore di bondage, come David Corradine nel suo fatale gioco di autoerotismo dentro un armadio di un albergo di Banghock.

Il biologico sta all’ogm come il mercato a un altro mercato. Che la liberalizzazione e la competizione sia dichiarata, ricordate Rollerball con quell’altro Pantani che fu James Caan: lo scopo dopotutto è assolutamente uno: centrare una sfera, infilarla dentro una buca.

Nessuna regola, sia ammesso tutto, sia pubblicato tutto, secondo la teoria dell’accumulo, anche vite brutte, anche libri brutti, errori e che le cattive strade ci guidino alla fine.

Un libro buono e cattivo lo consiglio, è ‘Addio’ di Aurelio Picca. Nostalgico oltre l’errore della nostalgia epperò elegante, uno spaccato di quella grande movida, o protomovida, che fu Roma tra la fine degli anni sessanta e gli anni settanta. Superscontato negli store del web come una borsa di Guitton non lo sarà mai, né mai meriterà essere rubata.

 

Francesco Gambaro

 


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