La ‘trasparenza’ unica ‘medicina’ contro la malaburocrazia

I servizi da rendere alla comunità sono sottoposti a un duplice attacco. Da un lato ingegnosi legislatori lavorano per trasferire, con provvedimenti ai limiti del sotterfugio, cospicui pezzi della gestione dei servizi pubblici redditizi alla sfera privata, lasciando l’ente locale a baloccarsi con servizi inidonei e cronicamente in perdita. Dall’altro le prestazioni dell’ente locale e dei suoi bracci operativi, le ex municipalizzate, sono calpestati da una burocrazia che rende impossibile il semplice, inarrivabile il facile, mentre diventano gentili concessioni gli scampoli di diritto concessi.

Gli esempi degli Ato, trasformati in bancomat per gli appetiti nepotisti di amministratori infedeli al bene pubblico, o la subalternità di fatto della politica alla burocrazia immobile e perpetua, che scambia l’orizzonte del proprio interesse con quello della comunità fino a sovrapporsi e convincere l’amministratore pro tempore che difficoltà immense impediscono il dispiegarsi delle sue azioni, che dovrà rinunciare, ridimensionare, posticipare.

Così i cittadini assistono inermi allo scempio del buon senso. Servizi altrove erogati con una quantità minima di personale, a Palermo – per citare un esempio – sono impossibili da rendere se non con il triplo. E anche in questo caso la tutela di ogni capriccio, l’invocazione di cumuli di scuse, mentre il tempo passa senza che nulla di davvero diverso accada.

Oggi la legge riconosce al cittadino “per la prevenzione e la repressione della corruzionee dell’illegalità nella pubblica amministrazione”, strumenti semplici, spesso inutilizzati o non conosciuti. Non basta, infatti, il solo mutamento nella gestione politica per ottenere un cambio di passo nella gestione dei servizi. Occorre anche l’irruzione della cittadinanza attiva, l’esercizio della pretesa democratica alla trasparenza, all’efficacia, alla continuità della prestazione resa.

Il Decreto Legislativo n. 33 del 2013 fornisce un potente strumento da utilizzare. “Tutti i documenti, le informazioni e i dati oggetto di pubblicazione obbligatoria ai sensi della normativa vigente sono pubblici e chiunque ha diritto di conoscerli, di fruirne gratuitamente, e di utilizzarli e riutilizzarli”.

Se la forza della legge non sarà disattesa e calpestata, questa norma può fornire attraverso la pubblicità, l’irruzione della verità che scacci il torbido velo di ipocrisie e favoritismi.

Non sarà la panacea, né l’arma finale contro la cattiva e infedele burocrazia. Ma non c’è solo ignavia dietro i disservizi. Spesso i ritardi, le inconcludenze sono studiate. Non intervenire su un problema attiva l’infernale macchina del ricorso alle procedure di emergenza, alle lucrose commesse a soggetti esterni che forniscono a caro prezzo mezzi e servizi.

Il cittadino oggi ha nuovi strumenti: la rete e la possibilità di non essere “mediato” dall’informazione che ieri reputava degna o non rilevante una notizia.

Forme sempre più stringenti di pretesa democratica entrano impetuosamente dentro i sancta sanctorum della burocrazia e spalancano il più segreto dei loro tabernacoli: la riservatezza degli atti.

I diritti vecchi e nuovi inaridiscono e appassiscono fino a essere dimenticati se non sono usati. Proprio quello che non deve accadere. Il vero seme gettato nella riunione di sabato 8 giugno, a Palermo, è proprio questo: anche nella gestione dei servizi ai cittadini il cambiamento, in positivo, è possibile.

 


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I servizi da rendere alla comunità sono sottoposti a un duplice attacco. Da un lato ingegnosi legislatori lavorano per trasferire, con provvedimenti ai limiti del sotterfugio, cospicui pezzi della gestione dei servizi pubblici redditizi alla sfera privata, lasciando l’ente locale a baloccarsi con servizi inidonei e cronicamente in perdita. Dall’altro le prestazioni dell’ente locale e dei suoi bracci operativi, le ex municipalizzate, sono calpestati da una burocrazia che rende impossibile il semplice, inarrivabile il facile, mentre diventano gentili concessioni gli scampoli di diritto concessi.

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