La dittatura, la metafora, la memoria

“Era come morire senza lottare, come morire essendo già morti o come non morire mai”. È con le testimonianze di alcuni “desaparecidos” che, lunedì 4 maggio nell’Aula 1 dell’ex Monastero dei Benedettini, la professoressa Emilia Perassi, docente ordinario di Lingue e Letterature Ispano-americane dell’Università di Milano, ha concluso un’appassionata conferenza dal titolo “Sviluppi del romanzo latinoamericano della dittatura. La narrativa argentina del “Proceso militar” e la rappresentazione della violenza”.

Desaparecidos, un termine facilmente traducibile in italiano con la parola “spariti”, ma che manteniamo in spagnolo come fosse il marchio dell’Argentina di quegli anni. Desaparecidos, un’intera generazione, ufficialmente 30 mila giovani tra i 18 e i 25 anni, letteralmente sparita. “Solo la tragedia dell’Olocausto può essere un buon paragone europeo con il Proceso Militar, ma la violenza della tragedia argentina è stata molto più raffinata”, afferma la Perassi. “È stata una strategia pianificata a tavolino, volta ad esercitare una forma più longeva di dittatura. Bisognava non commettere l’errore dell’Olocausto, non più esibire i corpi ma farli sparire, non lasciarne traccia”.

Sono toccanti le parole scelte per descrivere le fasi di quella che la Perassi definisce la “tecnologia del castigo”: il sequestro, la tortura in uno dei 340 campi di sterminio, la selezione e il traslado (trasferimento) il mercoledì per i voli della morte. “Non appena un sequestrato entrava in un campo di sterminio dava l’addio definitivo alla realtà. Veniva privato della propria identità, il suo nome veniva sostituito da un numero. Attraverso l’umiliazione e l’animalizzazione, i repressori riuscivano a trafugare l’umanità ai prigionieri che, svuotati dalle torture, venivano integrati nelle dinamiche del campo per poi diventare morti senza nomi, corpi senza identità.”

L’effetto sconvolgente che rende questa tragedia più crudele dell’Olocausto” aggiunge “non è tanto questa inesistenza della morte, ma il sottrarre quella persona ai riti funebri, il non permettergli di essere pianta dai propri cari. La cerimonia del lutto è fondamentale per ripristinare la forma della vita, per dargli un senso. Impedire di elaborare il lutto ad un’intera società significa lasciare una ferita aperta e seminare terrore e sofferenza in maniera permanente.” Gli studiosi parlano infatti di una società disarticolata completamente nella sua identità civile.

Oggi la letteratura latinoamericana fa i conti con questo fantasma, è consapevole di trovarsi davanti a una realtà che ha superato i confini della rappresentazione e che la mera cronaca non potrà mai curare il dolore che si prova “quando la storia si inceppa come si è inceppata in Argentina negli anni del totalitarismo”. Rifiuta quindi il realismo e sceglie l’eccesso del simbolico nel tentativo di restituire una realtà che ha ecceduto sé stessa, di descrivere l’indescrivibile, di dire l’indicibile. “L’allusivo, la metafora, l’eufemismo fortemente letterario insinuano il dubbio permanente nel lettore e rendono il ricordo pervasivo di ogni interstizio del reale. Questa letteratura non è fatta per evadere il reale ma per intenderlo ad un livello più alto.”

La dittatura non è un carattere di questa letteratura”, precisa la Perassi “ma la sua forte integrazione in essa testimonia una propensione alla connessione con la propria realtà assente nella letteratura europea.” Mentre quest’ultima europea ha teso a rimuovere la volgarità della violenza chiudendosi in uno sdegnato rifiuto, la letteratura latinoamericana ha avuto la capacità di sporcarsi le mani con la propria vicenda umana, di portarla in scena. Tuttavia “dalla cultura della morte può sorgere la cultura della vita”. Le madri della plaza de Mayo rimisero al mondo i loro figli, portando avanti la loro lotta politica e di giustizia invece di annichilirsi. Anche la letteratura si è fatta arma di denuncia, “perché non se ne perda la memoria.” Questo deve farci riflettere. “La storia, attraverso la letteratura, ci deve tenere vigili e svegli per evitare che queste cose si ripetano.” conclude il professore Cusato e la Perassi aggiunge: “Ricordate che quando un’intera società rifiuta lo sterminio, il male non attecchisce. Il male non ha autonomia”.


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