Iraq. L’ideologia della democratizzazione

Di: Michelguglielmo Torri

 

Un elemento importante della retorica con cui la presente amministrazione americana giustifica la sua politica estera è la necessità di democratizzare il resto del mondo, in particolare il «più grande Medio Oriente», cioè, per intenderci, l’area che va dall’Egitto al Pakistan e dall’Iran all’Asia Centrale. In questo grandioso e benemerito progetto, l’abbattimento del regime di Saddam Hussein e la democratizzazione dell’Iraq rappresentano un punto di svolta di cruciale importanza: quando la democrazia sarà saldamente impiantata in Iraq – almeno così dicono i neoconservatori americani – vi sarà un processo a domino, destinato a coinvolgere gli altri stati della regione.

 

L’idea della democratizzazione dall’alto ha acquistato, a livello ideologico, un ruolo tanto più importante in quanto le altre giustificazioni dell’invasione dell’Iraq (l’esistenza delle armi di distruzione di massa; la guerra al terrorismo) si sono dimostrate false. Molti, però – alcuni, come Francis Fukuyama, dall’interno stesso del campo neoconservatore -, hanno espresso una serie di dubbi sulla fattibilità della cosa. A questo, è stato risposto additando l’esempio di quei paesi che, come l’Italia e la Germania in Europa ed il Giappone in Asia, subito dopo la seconda guerra mondiale attraversarono con successo un analogo processo di democratizzazione.

 

Naturalmente, a queste argomentazioni se ne possono contrapporre altre, altrettanto convincenti. In Giappone un ruolo decisivo fu giocato dalla decisione americana di lasciare l’imperatore al suo posto e da quella dell’imperatore di usare il prestigio ancora immenso della sua carica per facilitare il processo di democratizzazione. In Germania e in Italia, invece, vi era una tradizione democratica indigena e una serie di partiti democratici che erano sopravvissuti in clandestinità al periodo della dittatura. Nessuna di queste condizioni, ovviamente, esiste nell’Iraq di oggi.

 

Ma, in definitiva, il problema reale con l’ideologia dell’imposizione della democrazia dall’alto è rappresentato dal fatto che, nonostante tutti i dubbi espressi dagli scettici, il progetto in questione potrebbe effettivamente riuscire. E, riuscendo, potrebbe andare ben al di là di quanto ipotizzato dai neoconservatori americani.

 

Per qualche strana ragione, i neoconservatori americani, infatti, sembrano convinti del fatto che la democrazia in un paese mediorientale sarebbe automaticamente favorevole agli interessi politici ed economici degli USA e, naturalmente, del suo più vicino alleato nella regione, cioè Israele. In altre parole, i neoconservatori immaginano che un futuro governo democratico in Iraq sarebbe felice di lasciare i pezzi più importanti del proprio sistema economico in mano alle grandi corporation americane, non troverebbe nulla da obiettare ad uno sfruttamento delle proprie risorse petrolifere a beneficio degli interessi economici e geopolitici americani, sarebbe lieto di appoggiare un’aggressiva politica antiiraniana e, da ultimo, ma non per importanza, non troverebbe nulla da ridire sulla politica palestinese di Israele.

 

Naturalmente, una cosa del genere potrebbe avvenire, ma solo nel caso in cui alle forme del processo democratico si accompagnasse una situazione in cui solo una parte minoritaria della popolazione, legata in un modo o nell’altro agli interessi americani, prendesse parte al processo politico. Il problema è che, in Iraq, è chiaramente in corso una presa di coscienza politica da parte della grande maggioranza della popolazione. Ma, ironicamente, si tratta di uno sviluppo che nasce non come conseguenza, bensì come reazione all’occupazione anglo-americana. È dubbio che le forze politiche che ne sono espressione considerino con particolare benevolenza gli USA e le linee politiche da essi ispirate.

 

Queste forze, in sostanza, stanno aspettando che il processo democratico, promesso dagli americani, venga effettivamente messo in moto. Ma è assai dubbio che, se esse acquistassero il potere, lo utilizzerebbero in consonanza agli interessi USA. Ed è assai probabile che, se queste medesime forze non riuscissero a conquistare il potere, andrebbero ad ingrossare le fila della resistenza antiamericana. Nell’un caso e nell’altro, dimostrando ai neoconservatori quanto sia pericoloso prendere la propaganda per realtà, anche quando se ne è gli autori.


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