Ingiusta detenzione, liquidati 667mila euro a Contrada «Una sentenza libera e coraggiosa. Lui fu una vittima»

Quanto vale un pezzo di vita passato ingiustamente dietro le sbarre? Nel caso di Bruno Contrada, che in carcere c’è stato per dieci anni con l’accusa di concorso in associazione mafiosa, quel valore è di 667mila euro. A tanto ammonta, infatti, la somma decisa dalla Corte d’Appello di Palermo a titolo di riparazione per l’ingiusta detenzione. Accolta, infatti, la domanda presentata dall’ex 007 del Sisde, assistito dall’avvocato Stefano Giordano.

L’ex funzionario dei Servizi segreti, per anni a capo della mobile di Palermo, venne arrestato la mattina del 24 dicembre 1992. Arresto cui seguirono i processi e infine la condanna a dieci anni. Se non fosse che la Corte di Strasburgo ha dichiarato illegittima quella sentenza, condannando lo Stato Italiano a risarcire appunto l’ex poliziotto. Che nel frattempo, però, quella pena l’ha scontata tutta. Intanto, rispetto alla liquidazione decisa adesso dalla Corte d’Appello di Palermo la Procura generale o l’avvocatura dello Stato hanno, da parte loro, la possibilità di fare ricorso in Cassazione, qualora lo ritenessero opportuno, entro quindici giorni.

«È il principio che passa che è importante – commenta l’avvocato Giordano -. Finalmente viene consacrato che Contrada ancora una volta è stato vittima di un processo ingiusto e di una condanna ingiusta, non andava né processato né condannato e lo Stato deve rispondere per un suo errore. La ritengo una sentenza libera e coraggiosa, che fa buona attuazione dei principi contenuti nell’articolo 46 della Convenzione europea, che obbliga lo Stato a eliminare qualsiasi tipo di danno residuo, per quanto possibile, derivante dalla condotta anticonvenzionale commessa dallo Stato stesso».

Una vicenda, quella giudiziaria vissuta da Bruno Contrada, che secondo il suo avvocato potrebbe fare scuola. «Questo è il primo caso del genere esistente in Italia, penso che farà scuola sicuramente, è importante. La strada dei diritti e dell’esecuzione dei diritti, che devono essere concreti ed effettivi e non ipotetici e illusori come dice, appunto, la Corte europea, è una strada che si fa sempre più spazio anche nella giurisprudenza italiana di merito e questo è fondamentale».


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