Il Teatro Garibaldi Aperto “emigra” a Milano

ABBANDONATA TRA MILLE OSTACOLI E ANGHERIE L’ESPERIENZA DI COSTRUIRE UN TEATRO STABILE GESTITO DA ARTISTI SENZA CONSIGLI DI AMMINISTRAZIONE, FONDI PUBBLICI, POLTRONCINE DI SOTTOGOVERNO

di Gianfranco Scavuzzo

È durata meno di due anni la straordinaria avventura del Teatro Garibaldi Aperto di Palermo. Un anno e sei mesi per essere più precisi, più o meno il tempo che questa città concede agli spiriti liberi ed intraprendenti prima di accompagnarli gentilmente al primo treno in partenza.
D’altronde, un vecchio proverbio siciliano dice «Cu nesci, arrinesci», ovvero che soltanto chi espatria (dalla Sicilia) può sperare di ottenere il successo meritato.
Per i giovani artisti del Teatro Garibaldi Aperto il triste copione si ripete: abbandonata, tra mille ostacoli e angherie, l’esperienza di costruire un teatro stabile gestito da artisti, senza consigli d’amministrazione, fondi pubblici, poltroncine di sottogoverno, alcuni di essi hanno deciso di non disperdere il lavoro e le conoscenze accumulate in questi mesi e di portare questa esperienza fuori dalla Sicilia.


Dal 13 al 17 Novembre, lo Spazio Tertulliano di Milano adotterà questo pezzo di Palermo homeless: nell’ambito della rassegna Contagio, il pubblico meneghino potrà assistere allo pièce «Preghiera. Un atto osceno», spettacolo scritto e interpretato da Margherita Ortolani, in scena insieme a Vito Bartucca, con la regia di Giuseppe Isgrò con l’apporto della dramaturg Francesca Marianna Consonni.
Quest’ultima produzione del TGA, realizzata in collaborazione con Phoebe Zeitgest, è stata già molto apprezzata dal pubblico (e da noi che ne abbiamo parlato qui) già lo scorso settembre a Palermo.
Ciò che colpisce di questo spettacolo è la raffinata drammaturgia, giocata sul sapiente uso degli effetti audio e delle luci (a cura dello stesso Isgrò), che coinvolge lo spettatore, già dal momento in cui prende posto in sala, in un viaggio verso un totale straniamento da sé, dall’esito ipnotico e dunque realmente interattivo. Questa preghiera oscena altro non è che «racconto delle tappe di sopravvivenza di un’anima, attraverso l’esperienza della malattia», tra cinismo clinico e ricerca di autodeterminazione, un atto di denuncia contro una società malata di diagnosi che non lascia spazio al non definito, all’imperfetto.


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