Il malato immaginario

Una storia al limite tra realtà ed immaginario interpretata da Massimo Dapporto nei panni del protagonista Argante, un malato più delle sue folli convinzioni ipocondriache che non di una malattia vera e propria e pronto a rispondere in modo esasperato alle domande degli altri sulle sue malattie con un “Ho tutto!”.

Una commedia esilarante fatta di cure, rimedi, prescrizioni e clisteri purificatori più dell’animo di Argante, inetto a vivere, che del suo fisico.

Un uomo che trascorre il suo tempo ad analizzare ogni sintomo del suo organismo e ad autodiagnosticarsi ogni ipotetica malattia. Un malato immaginario e malinconico che vive secondo tutto quello che gli viene detto e prescritto dai suoi medici accondiscendenti alle sue richieste, il Dottor Lafatutta e il Dottor Purgone (interpretati entrambi da Riccardo Peroni) e del farmacista Olezzo… già i nomi, come si dice, sono tutto un programma!

 

Attorno alle malattie di Argante, leitmotiv dell’opera, ruotano altri personaggi: ammirevole la recitazione di Dapporto e della “sua” bravissima serva Tonina (Susanna Marcomeni) delle figlie Luigina (Monica Barbato) e Angelica (Deniz Ozdogan) insieme al suo amato Cleante (Marco Mattiuzzo), Bellonia (Elena D’Anna), moglie di Argante, avida di ricchezze e falsa fino al midollo, che tenta di estorcere a tutti i costi l’eredità del marito tramite l’aiuto del suo notaio di fiducia (Alberto Caramel), e Beraldo (Sebastiano Tringali), saggio fratello del protagonista. Divertente soprattutto l’interpretazione di Tommaso (Gigi Palla, nel ruolo anche di Olezzo), figlioletto del dottore Lafatutta, ingenuo, goffo, semplicione ed affettuoso, che, seguendo le orme del padre, diviene promesso sposo di Angelica per volontà di Argante e quindi futuro genero di quest’ultimo, il cui unico desiderio era quello di avere in famiglia qualcuno che lo curasse e lo seguisse costantemente nei suoi malesseri.

 

Le scene ambientate in un palco minimalista arricchito dall’essenziale, dall’atmosfera quasi surreale, avvolta da lunghi teloni chiari che fanno da sfondo, su una pedana di legno scoscesa verso la platea da cui spuntano di tanto in tanto dei supporti di legno funzionali che fungono da letto, da sedia, da tavolo… e su cui non manca mai la poltrona del “malato” Argante, buffo nelle sue semplici e chiare vesti da letto e drammaticamente comico, imprigionato nelle sue spasmodiche fobie.

 

Mentre la versione classica di Molière, eminente autore dell’opera, che finì paradossalmente con la sua fortuita e tragica morte in scena durante l’interpretazione della sua “creatura”, quella del malato moribondo, qui tutta la storia è imperniata dalla tragicomicità dagli attori, con brevi parti e battute riadattate a questa produzione, che portano lo spettatore a ridere e sorridere grazie all’ottima recitazione da parte dell’intero cast. Ed infatti le risate non sono mancate.


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