Il legame tra Salvatore Luca e il boss: «Fratello mio» Il racconto dei pentiti tra usura e la droga nelle auto

«Tu quando parli con me mi devi considerare... ti posso dire che sei mio fratello? Fratello mio Antonio». A parlare è Salvatore Luca, l’imprenditore gelese fondatore dell’impero finito la settimana scorso sotto sequestro. La persona destinataria del suo affetto fraterno è Antonio Rinzivillo, storico capomafia, rappresentante di Cosa Nostra a Gela, che oggi sta scontando una condanna all’ergastolo. L’intercettazione risale al 21 settembre del 2000 e, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta che ha fatto scattare l’operazione Camaleonte, è uno dei tanti elementi che testimoniano lo stretto legame tra i due che andrebbe avanti da diversi decenni. Non un rapporto subordinato, ma alla pari, da soci in affari: «Di vicinanza, fiducia e di reciproco scambio», scrivono gli inquirenti ricostruendo l’ascesa dell’imprenditore della Lucauto, oggi 69enne, dietro la quale ci sarebbero proprio le risorse economiche e la forza intimidatrice del clan Rinzivillo. 

A sostenere l’accusa contribuiscono sia l’analisi dei flussi economici delle società dei Luca – oltre a Salvatore, il figlio Rocco e il fratello Francesco – attive nel settore della vendita di auto di lusso e degli immobili, sia le molteplici dichiarazioni dei pentiti. Tra questi c’è Angelo Bernascone, imprenditore gelese attivo nel settore della metalmeccanica a Bursto Arstizio, in Lombardia, dove i Rinzivillo sono storicamente presenti. Bernascone, tra fine anni ’90 e inizio anni 2000, entra in contatto con Antonio Rinzivillo e col fratello Crocifisso, detto Ginetto. «Rinzivillo – racconta il collaboratore di giustizia ai pm di Caltanissetta – aveva detto a Franco Luca che gli avrebbe consegnato un miliardo di lire, provento del traffico della sostanza stupefacente, e si era stabilito che Franco Luca a sua volta si sarebbe impegnato ad acquistare autoveicoli e a spedirli a suo fratello Salvatore per rivenderli. All’epoca, forse negli anni Ottanta o agli inizi del Novanta, Salvatore Luca aveva appena cominciato a vendere autoveicoli a Gela e grazie a questo intervento del Rinzivillo, la sua attività ebbe modo di crescere giorno dopo giorno». Bernascone aggiunge poi un altro aspetto, su cui anche altri pentiti convergono. «Devo inoltre dire che Antonio Rinzivillo aveva pure chiesto a Franco Luca di celare quantitativi di droga nei veicoli che avrebbe comprato. Da questi veicoli, una volta arrivati nella rivendita di Salvatore Luca, gli esponenti del sodalizio mafioso facente capo a Rinzivillo avrebbero provveduto a prelevare la droga e poi a smerciarla nel territorio». Accusa, quella di far viaggiare sostanza stupefacente a bordo delle auto, che la procura però non contesta ai fratelli Luca, non essendo stato possibile trovare riscontro.

Secondo quanto ricostruito, Salvatore Luca avrebbe dimostrato ampia collaborazione con i Rinzivillo anche in altri aspetti. A cominciare dal mettere a disposizione automobili a soggetti pregiudicati. «Ci favoriva delle macchine – racconta Emanuele Celona, pentito e in passato reggente del clan Emmanuello dal 1999 – quando noi potevamo andare a trovare i latitanti o ci serviva una macchina da potere… come dire, pulita, perché sapevamo che a noi gli investigatori o i carabinieri o la polizia o la Dia ci mettevano le microspie». A detta del collaboratore di giustizia non si sarebbe trattato di episodi isolati, ma di «una prassi». Un metodo che a Salvatore Luca, prima dell’ultimo arresto, era già costata una condanna per aver favorito la latitanza di Filippo Casciana, altro esponente di vertice di Cosa Nostra a Gela. Nel 2002, Casciana viene condannato a 24 anni di carcere ma si rende irrintracciabile. Gli investigatori che sono sulle sue tracce intercettano una telefonata in cui l’uomo dà indicazioni alla moglie su come raggiungerlo in Calabria. «Si ti po fari pristari a machina (Se puoi farti prestare la macchina, ndr) di Luca», dice Casciana alla donna che avanza qualche dubbio sulla disponibilità dell’imprenditore. «Vabbè si ciu dici chi servi pi mia, sì! (Se gli dici che serve per me, sì, ndr)», ribatte il latitante. Cosa che puntualmente avviene. 

In cambio di tanta disponibilità, il fondatore di Lucauto ne avrebbe tratto vantaggi anche nella gestione di un importante giro di usura, attività che avrebbe necessitato dell’autorizzazione dei Rinzivillo e che avrebbe garantito all’imprenditore notevoli quantità di denaro contante da reinvestire. Alcuni pentiti parlano di imprenditori, avvocati, commercianti in difficoltà economiche rimaste vittime di un sistema basato sulla modalità di scontare titoli di credito post-datati trattenendo per sé percentuali rilevanti. Anche in questo caso, tuttavia, l’ipotesi usura non rientra tra le contestazioni rivolte all’imprenditore dalla procura.

Salvatore Luca viene colpito da un primo sequestro di circa 60 milioni di euro già nel 2006, ma dura pochi mesi. L’imprenditore si rivolge alla polizia – in quel momento guidata a Gela dal commissario Giovanni Giudiceoggi indagato nella stessa inchiesta – per denunciare di essere vittima di estorsione da parte del clan Emmanuello, ma nessun riferimento viene invece fatto in quella sede ai Rinzivillo. Secondo gli inquirenti, il pagamento del pizzo al clan rivale – nel frattempo vittorioso nella faida di mafia aperta negli anni ’90 – non esclude gli affari con i Rinzivillo, la cui presenza dietro le società dei Luca sarebbe stata volutamente tenuta nascosta anche all’interno di Cosa Nostra. E quando i pm, già nel 2006, provano a chiedere dei suoi rapporti con i Rinzivillo e di come abbia avuto origine la sua ascesa, l’imprenditore racconta: «Ho iniziato la mia attività imprenditoriale delle auto con i soldi che avevo guadagnato in Libia ed Arabia 25-26 anni fa e con l’aiuto economico dei miei suoceri che all’epoca mi firmarono qualcosa come un 250 milioni di lire di cambiali. L’attività è sempre stata intestata a mia moglie Concetta Lo Nigro poiché io avevo qualche piccolo pregiudizio penale». Una versione a cui i magistrati – che hanno passato a setaccio bilanci e documenti contabili – non credono.


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