Il governo ha preferito girar la testa dall’altra parte

 “Un libro che non lascia indifferenti, che fa riflettere su una tragedia dimenticata ma attuale”. Lina Scalisi, direttore dell’ IMES Sicilia introduce con queste parole l’incontro con Giovanni Maria Bellu. Il giornalista di Repubblica è venuto a Catania per presentare il suo ultimo lavoro, “I fantasmi di Portopalo”. Un po’ resoconto, un po’ romanzo e un po’ giallo, da cui è stato tratto anche uno spettacolo teatrale, “La nave fantasma”, nato dalla sua inchiesta sul naufragio accaduto a largo della cittadina siciliana la notte di Natale del 1996. Un evento drammatico su cui, per anni, è calato il silenzio tanto da parte dei media, quanto da parte delle istituzioni.
Bellu arriva un po’ in ritardo. E’ vestito di nero, sembra un tipo riservato. Ci concede un quarto d’ora per l’intervista prima che inizi l’incontro.

 

La tragedia ha luogo nel 1996, ma tu inizi ad occupartene solo nel 2001. Come nasce questa inchiesta?
L’inchiesta è iniziata in maniera casuale. La direzione mi ha incaricato di indagare sulla vicenda dopo una segnalazione partita da un pescatore. Vengo in possesso di un tesserino plastificato che, scopro presto, è appartenuto a un ragazzo il cui nome compare nella lista dei dispersi in quel disastro.
A questo punto decido di incontrare la persona che lo aveva ritrovato e che aveva segnalato il fatto, Salvatore Lupo. E’ lui che mi chiarisce alcuni punti oscuri di questa vicenda che io avevo dovuto ricostruire attraversi i pochi articoli apparsi all’epoca sui giornali.
Gli faccio notare, ad esempio, che non sono mai stati ritrovati cadaveri che provassero che il naufragio fosse realmente accaduto, nonostante quel tratto di mare sia molto trafficato. Emerge proprio da qui la questione secondo me più importante della vicenda. Forse più importante dell’esito finale dell’inchiesta, cioè il ritrovamento del relitto. Salvatore Lupo mi spiega infatti che i cadaveri venivano sì rinvenuti, ma venivano lasciati in mare per paura essere costretti dalla forze dell’ordine ad interrompere la propria attività, così come era successo in precedenza ad altri colleghi. Questo spiega, anche se non giustifica, il mancato ritrovamento dei cadaveri.
Un altro punto chiave è stato il racconto dell’episodio in cui il pescatore ha trovato il tesserino del giovane naufrago.  La scoperta è avvenuta in un tratto di mare solitamente piano e in cui invece quella volta si strapparono le reti a causa evidentemente di un nuovo ostacolo. Basta far due più due per capire che quello è il punto in cui giace il relitto.

 

Dal momento in cui è accaduto il naufragio al momento in cui te ne occupi, c’è un buco di cinque anni sia da pare dei media che istituzionale. Perché c’è stato questo completo silenzio?
Anzitutto bisogna precisare che il peso della tua domanda è aggravata dal fatto che anzitutto si tratta del silenzio di un governo di centro sinistra, che all’epoca era al governo. La vicenda viene completamente ignorata e poi dimenticata.  Ma non c’è un solo motivo.
La prima ragione è, direi, culturale, tipica del nostro paese: l’ indifferenza rispetto alle vicende che accadono fuori dal nostro territorio. 
Poi c’è un’altra spiegazione che tra le altre cose ha anche una logica pratica: l’Italia nel 1995 non era riuscita ad rientrare tra i paesi che applicavano la prima parte degli accordi di Schengen sulla libera circolazione delle persone. Si addusse una spiegazione relativa all’inadeguatezza del sistema informatico italiano. Ma in realtà, come emergeva nella stampa europea, il problema vero erano i confini italiani, considerati “colabrodo”. Il governo quindi avrebbe preferito girar la testa dall’altra parte perché riconoscere che era avvenuta una tragedia di questa gravità vicino alle sue coste  avrebbe confermato, con un marchio sanguinoso, la fondatezza di queste ipotesi.
Questa è la spiegazione che mi do anche se poi queste vicende non avvengono in modo del tutto chiaro.

 

 

A che punto è un processo che è in corso e che tu, in una precedente intervista, hai definito “simbolico”?
E’ successa una cosa paradossale. Aver ritrovato il relitto da una parte ha confermato che il naufragio era avvenuto, dall’altra però ha creato un grosso problema giuridico. Infatti, anche se del fatto non si è parlato, erano state condotte delle indagini che avevano portato ad un processo, il primo. Il rinvenimento del relitto ne ha reso nulli i presupposti, poiché si è accertato che il fatto è avvenuto in acque internazionali (e non nazionali come si credeva). Perché avesse luogo il nuovo processo è stato necessario ricorrere ad una norma eccezionale che riconoscesse ad un tribunale italiano la giurisdizione su un fatto avvenuto fuori dal territorio nazionale. Con una forzatura necessaria il capo di imputazione è diventato omicidio volontario (e non più colposo) e gli imputati si sono ridotti solo a due dagli ottanta di partenza. In questo senso è un processo simbolico.

 

Secondo te alla fine qualcuno pagherà per questa vicenda?
Se paga qualcuno, solo uno o forse due persone. E’ importante che qualcuno paghi ma credo che se lo facesse anche solo uno dei due sarebbe una grossa ingiustizia. Risulterebbe  sproporzionato rispetto alle sue effettive responsabilità. Anche in virtù del fatto che altri, più colpevoli, sono tranquillamente liberi tra l’India e la Grecia. 

 

Si è riusciti a ricostruire l’organizzazione?
Si, completamente. Quello che manca è un giudice internazionale che abbia la facoltà di mettere insieme questi pezzi ed avviare un giudizio.

 

Il libro, lo spettacolo e gli articoli hanno toccato un po’ la sensibilità della gente di Portopalo. Tu che idea ti sei fatto di questo? E che problemi hai incontrato?
Personalmente nessun problema. Le tensioni che ci sono state, e che tra l’altro si stanno spegnendo, sono state determinate da un piccolo gruppo di persone che evidentemente aveva altri interessi.
In cambio Salvatore Lupo, il pescatore, ha avuto qualche difficoltà e per questo ha dovuto lasciare il paese per un certo periodo.
Comunque, nel libro, Portopalo è chiaramente una metafora dell’Italia. Un paese assolutamente normale, anzi prospero, che funziona con gli stessi meccanismi dell’ Italia.
Ma la cosa che mi lascia sconcertato è un’altra, che nonostante dal 2001 ci sia stato un appello da parte di quattro premi nobel affinché il relitto fosse recuperato, il governo Berlusconi non ha risposto.
 Silenzio assoluto. Per cui la barca, con i cadaveri attorno, è ancora lì.

 

Abbiamo scoperto, tra i documenti che abbiamo letto, che l’avvocato di uno degli imputati vi aveva chiesto di bloccare lo spettacolo teatrale, “La nave fantasm”, tratto dall’ inchiesta in nome del diritto del suo cliente di non essere rappresentato. Ci spieghi meglio?
Queste sono cose che capitano a margine di queste vicende. E’ stato un semplice tentativo di ottenere del denaro attraverso la minaccia di un’azione legale completamente infondata. Noi abbiamo deciso di andare in giudizio e abbiamo vinto la causa.

La nave fantasma

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