Grande, grosso e un po’ malinconico

Catania come sede dell’anteprima nazionale dell’ultimo film del regista romano. Così come avviene ormai da anni, quasi come un rito propiziatorio. E gli ha già portato bene, se pensiamo che in origine la sala cinematografica doveva essere una sola, ma alla fine ieri sera il cinema Planet ha dovuto aprirne addirittura quattro. Sarà stato il passaggio televisivo obbligato da Salvo La Rosa a portargli fortuna o l’incontro con gli studenti di Scienze della Comunicazione, puntualmente organizzato dalla Facoltà di Lettere?

In effetti, quest’ultimo non si è rivelato brillante: affluenza di pubblico solo discreta (soprattutto per via di una scarsa promozione dell’evento), domande poco coinvolgenti, un’interazione non degna di un grande comico, qual è stato negli anni Verdone; tutto svolto sul filo della “malinconia”, concetto emerso durante la chiacchierata presieduta dal coordinatore, il professore Gioviale (docente di Storia del Teatro e dello Spettacolo), interrotto solo a tratti dall’ilarità espressiva della fresca Geppi Cucciari (nel ruolo di Tecla).

Il film, già dal titolo, richiama tanti altri lavori e personaggi del glorioso passato di Carlo Verdone, che di questa pellicola non cura solo la regia, ma è anche sceneggiatore, attore e onnipresente (ed esilarante) doppiatore. Un remake, si direbbe; ma il regista ci tiene a precisare che si tratta piuttosto di una normale evoluzione dei suoi tipi: il Candido di “Un sacco bello”, quello asfissiante e logorroico di “Bianco, rosso e verdone” ed il volgare e amatissimo Ivano di “Viaggi di Nozze” (di questo personaggio, in particolare, rivive anche il fortunato sodalizio con la Gerini). In quasi due ore e con tagli non troppo decisi si dipanano la storie diverse e assolutamente distaccate di tre famiglie: Nuvolone, Cagnato e Vecchiarutti, dai nomi volutamente evocativi. Unico comune denominatore è, a dispetto del genere, un velo di tristezza che pervade le loro vite e le situazioni raccontate: la morte, l’oppressione, il tentativo di tradimento. Ma attraverso questi temi si vuole giungere ad un’unica morale: il trionfo dell’onestà, che si può ritrovare anche in un coppia di cafoni, quali i sempreverdi Ivano e Jessica (qui Moreno ed Enza), ed il paradosso che nasce dalla volgarità di certe anime, purtroppo troppo ben camuffate dietro una distinta apparenza pubblica di moralità ed etica. Nel complesso, non risulta il grande successo che ci si prospettava, ma protagonista meritevole è una location siciliana, Taormina, che nella fotografia di Danilo Desideri splende in tutta la sua tipicità e bellezza.

In collaborazione con radio Zammù, abbiamo strappato qualche dichiarazione a Verdone.

È la quarta volta che torni a promuovere un tuo film a Catania, ti sei affezionato al nostro pubblico?
Sì, a questo pubblico avevo promesso di fare un film nella loro terra e oggi sono tornato. La promessa è stata mantenuta e il film l’ho fatto. Venire qua è diventato un appuntamento fisso, quasi un portafortuna, perché iniziamo sempre da qui, dalla tappa catanese.
 
Già, tra l’altro per onorare questo pubblico una delle vicende narrate nel film è ambientata al San Domenico Hotel di Taormina…
Non solo lì, ma in tutta la città di Taormina che ci è stata vicina e collaborativa. E per questo desideriamo ringraziarla. Abbiamo cercato di dare una scenografia più bella possibile, nella speranza di lasciare un bel film di commedia, un bel ricordo.
 
E come è stato ritrovare questi personaggi dopo tanto tempo che li avevi abbandonati?
È stato stimolante perché sono stati rapportati alla crescita di un DNA che ho estratto da loro. Adesso reagiscono con mogli e figli, rappresentando questo momento molto volgare del nostro paese. Quindi saranno cresciuti, maturati ma anche con nuove vite. Il pubblico non vedrà niente di già conosciuto, soltanto delle voci… ma sarà un film completamente diverso. Non sarà un déjàvu perchè sapevo che sarebbe stato difficile lottare contro il passato. Quindi non sono stato un suicida, ma con attenzione ho costruito una critica di costume e linguaggio riportata ai nostri tempi.
 
Quanto fanno parte del DNA di Carlo Verdone?
Fortunatamente per nulla, ma li osservo e li amo perché mi fanno ridere nelle loro tragicità e fragilità. Li ho catturati molto bene, ma fortunatamente non mi appartengono.
 
Il rapporto con le medicine in questo film?
Zero. Ma è così anche nella vita. Non sono più quell’ipocondriaco che ero prima, anche se un po’ mi dispiace.
 
E due domande anche alla bella e gentilissima Claudia.

Come è stato questo ritorno a Carlo?
Una grande festa, perché noi due abbiamo questa grande compatibilità, armonia e capacità di inventare personaggi così veri. Ero contentissima, aspettavo da qualche tempo la proposta in un’altra commedia, perché avevo fatto film drammatici e volevo tornare alla grande commedia italiana… e con Carlo era l’occasione più bella!
 
Come è cambiata Jessica negli anni?
Quella è stata la sfida più grossa, cioè rapportarmi ad un grande successo come “Viaggi di nozze”.
Poi abbiamo trovato il look, i vestiti e in modo naturale sono tornati quella voce e quell’atteggiamento che ci hanno permesso di rimettere le nostre maschere di personaggi, come se fosse già segnato nel nostro sangue. È stato tutto molto semplice e abbiamo fatto poche prove. Ero stupita.
 
Un po’ di Jessica c’è in realtà?
Un po’. Però Enza è più reattiva, vuole emergere, cerca un riscatto. È cresciuta, ha un figlio. Jessica era più indolente e svogliata.
 
Usciti dal cinema, un piccolo sondaggio. Il film è piaciuto a 3 fan su cinque, che hanno ritrovato il vecchio Verdone; un po’ meno a coloro i quali hanno speso 8 euro aspettandosi di vedere una commedia ed invece si sono trovati di fronte a delle scene al limite del melodrammatico.
 


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