“Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa”

Autore: Antonio Tabucchi 
Titolo: Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa 
Sottotitolo: Un delirio
Edizione Sellerio, Palermo, 1994, La memoria 325, pagg. 67, dim. 120x166x5 mm, Isbn 88-389-1056-1 
Lettore Renato di Stefano, 1999
Classe narrativa italiana, narrativa portoghese, biografie 

 

“Invidio – ma non so se è invidia – coloro dei quali si può scrivere una biografia, o che possono scrivere la propria. In questi miei appunti sconnessi, e che non ambiscono ad avere un nesso, racconto con indifferenza la mia autobiografia priva di avvenimenti, la mia storia priva di vita. Sono le mie confessioni, e se in esse non dico niente è perché non ho niente da dire.”
(da “Il libro dell’inquietudine di Bernando Soares” di F. A. N. Pessoa)

Novembre 1935. Fernando António Nogueira Pessoa si trova nel suo letto di morte all’ospedale di São Luís dos Fanceses. Tre giorni di agonia durante i quali, come in delirio, il grande poeta portoghese riceve i suoi eteronomi (Álvaro de Campos, Alberto Caeiro, Ricardo Reis, Bernando Soares, António Mora), parla con loro, detta le sue ultime volontà, dialoga con i fantasmi che l’hanno accompagnato per tutta la vita.
Un racconto, romanzesco e insieme biografico (anche se si tratta di una biografia immaginaria), nel quale Antonio Tabucchi, con tenerezza e passione, descrive la morte di uno dei più grandi scrittori del Novecento.

“Sa, caro Pessoa, disse Bernando soares cambiando discorso, in quest’ultimo anno ho sofferto molto di insonnia e tutte le mattine, all’alba, stavo alla finestra per spiare le gradazioni di luce sulla città, ho descritto molte albe su Lisbona e ne sono fiero, è difficile scrivere sui toni di luce ma credo di esserci riuscito, ho fatto delle pitture con le parole […] ho usato le parole come se fossero pennelli che dipingono una tela, e la mia tavolozza erano le albe e i tramonti di Lisbona.”
“[…] era proprio l’ora in cui io stavo sul terrazzo a fare la mie pitture con parole, e così, scrivendo, parlavo con Sebastião e gli ho insegnato alcuni suoi versi, i primi versi di Tabaccheria, ‹‹non sono niente, non sarò mai niente, non posso voler essere niente ››. Lui li ha imparati subito, e così conversavamo, io descrivevo il tramonto sulle rocce e sull’Oceano e dicevo: Sebastião, andiamo. E lui ripeteva i versi di Tabaccheria, mentre io descrivevo la tenue luce rosata, le nubi violacee all’orizzonte, nell’ora che volge al disìo. È buffo, disse pessoa, io ho scritto per gli uomini del mondo e solo un pappagallo sa ripetere i miei versi. Non dica questo, replicò Soares, verrà il giorno in cui tutti gli uomini con l’anima grande conosceranno i suoi versi a memoria, in tutte le lingue…”
“Pessoa appoggiò una guancia sul cuscino e fece un sorriso stanco. Caro António Mora, disse, Proserpina mi vuole nel suo regno, è ora di partire, è ora di lasciare questo teatro d’immagini che chiamiamo la nostra vita, sapesse le cose che ho visto con gli occhiali dell’anima, ho visto i contrafforti di Orione, lassù nello spazio infinito, ho camminato con questi piedi terrestri sulla Croce del Sud, ho attraversato notti infinite come una cometa lucente, gli spazi interstellari dell’immaginazione, la voluttà e la paura, e sono stato uomo, donna, vecchio, bambina, sono stato la folla dei grandi boulevards delle capitali dell’Occidente, sono stato il placido Buddha dell’Oriente del quale invidiamo la calma e la saggezza, sono stato me stesso e gli altri, tutti gli altri che potevo essere, ho conosciuto onori e disonori, entusiasmi e sfinimenti, ho attraversato fiumi e impervie montagne, ho guardato placide greggi e ho ricevuto sul capo il sole e la pioggia, sono stato femmina in calore, sono stato il gatto che gioca per strada, sono stato sole e luna, e tutto perché la vita non basta. Ma ora basta, mio caro António Mora, vivere la mia vita è stato vivere mille vite, sono stanco, la mia candela si è consumata, la prego, mi dia i miei occhiali.”


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