Genio e sregolatezza

Arrivare in anticipo a certi eventi, comporta un’inevitabile sbirciatina nei “becchisteigi”. L’elegantissima professoressa Emanuela Ersilia Abbadessa viene intervistata da una televisione locale (che scoraggia notevolmente il sottoscritto). La domanda, incomprensibile (ero a qualche metro di distanza) dell’intervistatore, si svela nella sua reale essenza, solo quando la professoressa si congeda con un sorrisino ironico  “Nessuna costrizione per i ragazzi…Vengono perché vogliono venire”.

Ebbene sì! In quella che ormai da tutti è stata ribattezzata come l’università a punti, ci sono ancora ragazzi che fanno qualcosa perché la sentono. La serata è stata vissuta con partecipazione e non come mera raccolta punti, tipica di una cultura da supermercato troppo spesso ostentata (quanti crediti mi mancano? E a te quanti ne mancano?). Nessun “bonus” per i partecipanti dunque, solo il piacere di ascoltare della buona musica sapendo qualcosina in più sull’animo inquieto di chi la compose.

 

A dare il via alla serata, le pochissime parole pronunciate dalla professoressa Abbadessa, subito seguite dalla musica perfettamente eseguita dal quartetto d’archi; quasi a voler sottolineare che a parlare, stasera, sarebbe stata la musica.

 

“in un epoca di pazzia, considerarsi immuni dalla pazzia, è una pazzia”

Il tema proposto vuole avvicinare i ragazzi ai “mostri sacri” della musica mondiale che, in quanto tali, vengono spesso raffigurati, nell’immaginario comune, come degli dei avvolti da un’aura di perfezione. Durante la serata, gli artisti sono stati descritti in quella che era la loro veste più “umana”. Quella stessa veste che i libri spesso tendono ad ignorare (nascondere?!?), ma che è poi il contesto fondamentale in cui determinati capolavori venivano concepiti. Impossibile apprezzare un capolavoro, se non si conoscono le dinamiche psichiche che lo hanno partorito. Un excursus rapido ma intenso tra i “pazzi” più famosi della musica mondiale. Dal Mozart, che il sociologo Elias ha definito “morto per perdita d’amore”(il successo nell’amata Vienna, e l’amore di sua moglie) a Beethoven . Dallo schizofrenico e ipocondriaco Schumann al sessualmente instabile Cjajkovskij. Ogni artista viene abilmente descritto nei suoi scenari quotidiani. Quegli scenari, per intenderci, che rendono umani, contro quella tendenza che porta a rappresentare nella nostra mente gli artisti come degli alieni.

 

Ad ogni racconto, un brano dell’autore viene rappresentato dal quartetto d’archi, quasi a voler dimostrare come la “pazzia” veniva trasferita in musica e come l’artista potesse essere al contempo un folle e un genio. Questo rapporto profondo tra “genio” e “sregolatezza”,  tra “arte” e “pazzia”, sembra incantare il pubblico dell’auditorium dell’ex monastero dei benedettini, al punto che gli applausi tra un brano, e la presentazione dell’altro, vengono fatti con rigorosa cura ritmica e tonale. Lievi e delicati, come se non volessero interrompere il momento magico, creato dalla musica.

Una serata piacevole, resa ancor più gradevole dallo scambio di battute tra la professoressa Abbadessa e lo studente Riccardo Napoli. Molto bella la trovata di far scorrere in finale, diverse citazioni sul tema del genio in rapporto alla sua pazzia.

 

“Non ci fu mai genio privo di un qualche tratto di follia”. Seneca


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