Forza Italia, Minardo dà il via al tutti contro tutti: Schifani solo tra le macerie


Se a Palazzo d’Orleans cercavano un segnale di pace, hanno trovato un avviso di sfratto morale. Arrivato da Nino Minardo, parlamentare nazionale equilibrista tra Roma e Palermo. Fresco di nomina a commissario regionale di Forza Italia, l’ultima sortita di Minardo mette il sigillo sulla nuova solitudine di Renato Schifani. Il presidente della Regione che si ritrova a gestire una Sicilia che somiglia sempre più a un Vietnam azzurro. Il messaggio lanciato da Minardo non è solo un invito alla riorganizzazione, ma un ceffone politico a mano aperta: «Le regole valgano per tutti». Richiesta che, in un partito che Schifani ha tentato di plasmare tra fedelissimi e marginalizzazione delle fronde interne, significa una cosa sola: il commissariamento di fatto dell’autorità del governatore. Minardo riallinea le truppe, ma lo fa guardando verso Roma (al segretario azzurro Antonio Tajani) e verso le correnti territoriali che mal digeriscono l’accentramento di potere schifaniano.

La solitudine del numero uno (senza numeri)

Renato Schifani pare oggi asserragliato in una torre che perde pezzi. Se, da un lato, sbandiera i successi (veri o presunti) della sua giunta; dall’altro, deve fare i conti con un isolamento crescente. Personaggi come Gianfranco Miccichè – seppur formalmente fuori dai giochi principali – restano fantasmi che infestano le stanze del potere. Mentre i nuovi ingressi e le manovre di rimpasto hanno creato solo ulteriori malumori. Quando un deputato di peso in Forza Italia, come Minardo, parla di «partito da riorganizzare», sta dicendo che la gestione attuale – quella di Schifani – è fallimentare. Il governatore non è più il garante, ma il problema da risolvere. O, quantomeno, da arginare. Ma mentre Forza Italia si dilania internamente, i vecchi saggi del centrodestra siciliano osservano e lucrano. Schifani, che sperava di essere l’arbitro della coalizione, si ritrova a essere il pallone.

Il gioco delle tre carte azzurre

La strategia di Schifani è stata quella del dividi et impera, ma il risultato è che si è diviso da solo. La sua solitudine è nuova perché non è più quella gloriosa del leader in lotta, ma quella malinconica di chi non controlla più nemmeno il corridoio che porta al suo ufficio. Il tentativo di imbarcare ex autonomisti ed ex cuffariani per fare massa critica contro le opposizioni interne, gli si è ritorto contro: ha trasformato Forza Italia in un’arca di Noè dove, però, ognuno rema in una direzione diversa. E quasi nessuno verso di lui.

Un governatore in cerca d’autore

In questo scenario, l’uscita pubblica di Minardo è la conferma di un cambio di stagione. I tempi di silenzio e obbedienza chiesti da Schifani alla sua maggioranza sembrano finiti prima ancora di cominciare. Ora inizia la resa dei conti, in cui il governatore dovrà decidere se continuare a fare la vittima di complotti – veri o immaginari – o se prendere atto che in Sicilia, nel centrodestra, la fedeltà dura il tempo di una legislatura. O, forse, meno di un rimpasto. In una poltrona, quella al vertice della Regione siciliana, che mai come oggi appare larga e, allo stesso tempo, vuota.


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