Discutiamo di libertà

Discutere della condizione dell’informazione a Catania e nel resto del Paese, per prendere coscienza di una triste realtà tutta italiana, ovvero della situazione di monopolio in cui i mezzi di comunicazione versano ormai da troppo tempo. Con questo spirito i ragazzi del Collettivo Scienze Politiche dell’Università di Catania hanno organizzato “Cronache di uomini liberi“, tre assemblee-dibattito dedicate al giornalismo di ieri e di oggi, ma soprattutto alle esperienze di giornalisti e giornali che hanno creduto nella libertà dell’informazione e nel coraggio di esprimere le proprie idee, senza sottostare a “padrini e padroni”.
 
Il primo dei tre incontri, tenutosi ieri pomeriggio nell’aula magna della facoltà, è stato interamente dedicato alla figura di Giuseppe Fava, giornalista e scrittore, catanese d’adozione, ucciso dalla mafia nel 1984, al suo “concetto etico del giornalismo”, e all’influenza che il suo giornale “I Siciliani” ha avuto sulla Catania degli anni ’80 e sul giornalismo di oggi. “Perché -come sottolinea Erica Bellia, membro del Collettivo- un percorso sull’informazione e la presa di coscienza non poteva non cominciare dalla memoria e dal ricordo di un uomo come Pippo Fava”. La stessa Erica ha sottolineato il ruolo fondamentale che l’informazione ricopre nelle nostre vite: “Non bisogna tapparsi gli occhi e le orecchie. È importante cominciare dai poccoli gesti: leggere, informarsi, sfogliare più di un quotidiano al giorno, è fondamentale per renderci conto della realtà che ci circonda e per formare una coscienza critica”.
 
“Pippo Fava è riuscito a fare qualcosa di straordinario -dice Erica Bellia riferendosi all’esperienza de “I Siciliani”-perché ha trasformato la rabbia in uno slancio positivo e propositivo dando vita ad una redazione libera. Libera soprattutto di schierarsi contro la mafia. Ed è riuscito a farsi leggere dai catanesi. La mafia l’ha ammazzato per far tacere la sua voce, ma non ha raggiunto il suo scopo perché quella stessa voce, quelle stesse parole continuano a vivere in noi”.
 
La prima ad intervenire per ricordare Pippo Fava è stata la figlia Elena, la quale lo descrive come giornalista e come uomo. “Mio padre -dice- nasce con lo spirito del giornalista. Le sue tre parole d’ordine erano informare descrivere, comprendere. Questi principi li rispettava in tutto, anche nella scrittura, nella pittura e nel teatro, che avevano comunque insito uno scopo di denuncia. Quando mio padre morì, durante il suo funerale -continua a ricordare Elena Fava- l’allora sindaco di Catania Angelo Munzone disse che qui la mafia non esisteva, che era un fenomeno presente solo a Palermo e che quindi il delitto Fava non poteva essere stato un delitto di mafia. Ma fu proprio dopo la sua morte che Catania cominciò a prendere coscienza della mafia, a capire che allora c’era del vero in quello che mio padre diceva. E la mattina del 6 gennaio 1984, una piccola parte della città si è svegliata indignata, con il peso di questo delitto e la voglia di non dimenticare”.
 
“Giuseppe Fava era un intellettuale che aveva capito di essere diventato scomodo– conclude la figlia Elena- perché era una voce che nessuno poteva fermare. Per questa ragione abbiamo creato la fondazione Fava: per mantenere la memoria di questa voce e per ricordare una storia che non è morta, ma che appartiene a tutti voi giovani”.
 
Presente all’incontro anche il giornalista Riccardo Orioles, redattore de “I Siciliani” quando Giuseppe Fava ne era il direttore, e anche dopo il suo assassinio. Orioles parla del “direttore” sì come di un giornalista, ma soprattutto come “un grande scrittore. Uno di quei grandi scrittori che si capiscono solo cinquant’anni dopo. Ancora in questa città siamo troppo piccoli e provinciali per comprenderlo. Ed era anche un politico e un rivoluzionario, di quelli che non hanno partiti ma che sanno come cambiare le cose”.
 
In un assemblea indirizzata soprattutto ai giovani, non si è potuto non ricordare quanto Pippo Fava credesse in loro e nel loro potenziale, tanto da riempire la redazione dei “I Siciliani” di giovanissimi redattori, motivati e appassionati. “Io credo che il direttore abbia fatto bene a contare su noi giovani -continua Orioles- perché abbiamo contato sulla libertà e ce l’abbiamo fatta. Nonostante siano passati anni, siamo ancora i Sicilani di Fava. La mafia ha fatto un errore ad ammazzarlo. Infatti dopo la sua morte abbiamo fatto uscire 23 inchieste. Glie l’abbiamo fatta vedere… Abbiamo continuato a lavorare, perché non volevamo e non potevamo tradire il direttore”.
 
Riferendosi all’informazione libera a Catania, Orioles conclude il suo intervento sottolineando che “si può fare ma dobbiamo essere uniti, fare rete. No alle realtà sole e isolate o ai campioni singoli. Di campione ne abbiamo avuto solo uno, e si chiamava Giuseppe Fava. Ora bisogna fare gioco di squadra, lavorare tutti insieme per uno scopo comune: la possibilità di creare un quotidiano alternativo e libero a Catania”.
 
Come diceva Pippo Fava “a che serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare?”. E adesso tocca a noi giovani lottare per la libertà. A cominciare dal diritto all’informazione.


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