Direzione Pd, Barbagallo attacca la destra ma guarda anche in casa: «A qualcuno è scappata la frizione»

Anthony Barbagallo passa all’attacco. Doveva essere lui il protagonista della direzione regionale del Partito democratico, di cui è segretario, e così è stato, con un’analisi del voto delle ultime elezioni europee che non risparmia nessuno. Non risparmia anzitutto i complimenti per il risultato, le congratulazioni all’eletto nella circoscrizione isole, Giuseppe Lupo e il rammarico per il mancato raggiungimento del secondo seggio, sfuggito per un soffio. Parla di un partito che si pone come forza più accreditata nell’opposizione a Renato Schifani e al centrodestra. «Così come non ci hanno visti arrivare a livello nazionale, non ci vedranno arrivare a livello regionale» dice. Ma non risparmia le autocritiche e gli argomenti più spinosi.

«Rispetto alle elezioni europee del 2019 abbiamo un calo di due punti – ricorda durante il suo intervento – Ma non possiamo non ricordare che quel partito era un partito dopato, che è imploso con le condanne penali per reati di mafia di alcuni deputati regionali di allora e che ha visto la transumanza di una parte consistente del gruppo parlamentare all’Ars nel tempo in altri partiti; peraltro la recente indagine su Tremestieri Etneo ha confermato discutibili metodi di costruzione del consenso in quelle elezioni europee del 2019 che vanno condannati senza se e senza ma. Non è questo il partito che abbiamo scelto di vivere e non sono quelli, ma questi di oggi i dirigenti che vogliamo accanto». Il riferimento è, tra gli altri, a Luca Sammartino, ex assessore regionale, mai nominato da Barbagallo, finito nelle maglie dell’indagine per corruzione di cui parla il segretario Dem.

Barbagallo guarda però anche al campo largo, che bene ha fatto in alcuni Comuni per le Amministrative e al nuovo soggetto con cui interloquire, Alleanza Verdi-Sinistra, impossibile da ignorare vito il risultato alle Europee. «Certo c’è un dato eloquente e negativo: il dato del partito siciliano è di circa dieci punti percentuali inferiore rispetto a quello nazionale. Inoltre, è evidente che queste elezioni europee hanno cambiato lo schema di gioco in vista delle prossime elezioni regionali. L’affermazione di Avs ci dice che in Sicilia abbiamo un altro giocatore al tavolo. Sarà un alleato con cui fare i conti in vista della costruzione dell’alternativa a Schifani. E l’elezione di due europarlamentari radicati nel nostro elettorato come Peppe Antoci e Leoluca Orlando deve spingerci a uno sforzo in più per affermare i valori di coerenza e di lealtà verso la base del nostro partito».

Poi un passaggio sulle lotte interne e l’ormai atavico fazionismo del Pd, che anche in queste Europee non ha lesinato colpi bassi e fuoco amico: «È evidente che la lista così costruita, in sé particolarmente competitiva, abbia generato diverse tensioni territoriali, soprattutto negli ultimi e decisivi giorni e ore di campagna elettorale, ma anche nelle reazioni post-voto. Diciamo che a turno, a molti, è scappata la frizione. C’è stata qualche esternazione social di troppo; qualche audio che non andava mandato; qualche messaggio e telefonata in cui si spingevano gli elettori – addirittura – a non votare altri candidati della lista. In questo clima va inquadrata la ferita più grave e profonda di questa campagna elettorale: le evidenti – e circoscritte – sacche di disimpegno neiconfronti della nostra segretaria nazionale». Quella che il segretario definisce come «Una scelta miope e ingenerosa». 

«E che non si provi a raccontare la storiella secondo cui era difficile sostenere Elly, perché bastava ricordare che era candidata ed il nostro mondo rispondeva con entusiasmo! Basta sapere leggere i dati elettorali nel complesso. Nessuno aveva più memoria di un dirigente capace di una simile sfida, capace di scendere in campo, in prima persona, senza paracadute. Mettendoci la faccia e l’impegno. Mai abbiamo avuto un segretario di partito, un dirigente o una dirigente nazionale così presente in Sicilia e proprio per questo Elly non meritava da parte di quei pochi dirigenti questo trattamento. Soprattutto in considerazione del fatto che è stata questa direzione a chiederne la candidatura». 

Infine l’ultimo e grande problema del Pd: le periferie. «Continuiamo a non radicarci nelle periferie delle grandi città. Andiamo molto bene nelle aree interne, nei piccoli comuni ma nelle periferie delle grandi aree urbanizzate facciamo fatica. Anche se le abbiamo elette a campo di battaglia politica con la visita allo Zen e a Librino. In periferia continua a essere molto bassa l’affluenza ed in base ai nostri dati più bassa è l’affluenza e più basso è il Pd. Ed è un dato che spiega anche la forbice tra i risultati del Nord Italia e quelli delle isole. Insomma dobbiamo recuperare consenso tra gli elettori sfiduciati, demotivati e che magari non vanno a votare da anni. L’astensionismo è il nostro principale avversario».


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