Il brindisi amaro dell’antiracket: «Chi denuncia viene lasciato solo. Le istituzioni non hanno tempo per loro?»

«È stato un brindisi amaro». Era nato con l’intento di essere un momento di incontro conviviale tra i soci dell’Asaec, l’associazione antiestorsione di Catania che da oltre trent’anni porta avanti le attività di sensibilizzazione sul territorio. Ma si è trasformato nell’occasione per notare soprattutto criticità e assenze. «C’è stato poco da festeggiare o a cui brindare», commenta a MeridioNews il presidente Nicola Grassi, amareggiato dalle pesanti assenze di domenica mattina da Isola a Catania. Nonostante gli inviti diramati i giorni prima al sindaco Enrico Trantino, a diversi assessori della sua giunta comunale, alle varie autorità istituzionali e ai rappresentanti delle forze dell’ordine, non si è presentato nessuno. Sole sono state lasciate le vittime che, affiancate da Asaec, hanno scelto la via della denuncia: dall’imprenditrice del settore della ristorazione Lucia Salice all’imprenditore agricolo di Biancavilla Francesco Capizzi fino all’apicoltore di Zafferana Etnea Sebastiano Costa.

«Un segnale brutto che nessuno di loro sia stato presente tra gli imprenditori e i commercianti che coraggiosamente hanno scelto di stare dalla parte dello Stato denunciando il racket o l’usura». Specie in un momento storico in cui le denunce sono sempre meno mentre emergono i casi di imprenditori catanesi – gli ultimi raccontati nelle carte dell’inchiesta antimafia Doppio petto che ha colpito gli interessi della cosca mafiosa dei Pillera-Puntina – che, per decenni, sono stati sottomessi alle estorsioni da parte dei clan. Tra questi, anche il presidente di Confindustria Catania Angelo Di Martino che solo nella giornata di ieri ha rassegnato le proprie dimissioni. «Ci è dispiaciuto non avere tra noi, specialmente non sentire al fianco delle vittime – sottolinea Grassi – il sostegno degli attori istituzionali con cui da anni ci confrontiamo e lavoriamo». Eventi e attività di sensibilizzazione a partire dalle scuole, accompagnamento alle denunce e protocolli d’intesa per trovare un percorso condiviso da seguire. «Eppure, il pizzo viene ancora esercitato dai clan mafiosi soprattutto come controllo del territorio».

Non solo e non tanto una tassa fissa imposta a imprenditori e commercianti per rimpinguare le casse del clan con denaro utile, per esempio, a sostentare le famiglie dei sodali detenuti; quanto piuttosto un fenomeno che abbiamo definito scipping: un neologismo inventato da MeridioNews per descrivere le estorsioni camuffate da shopping scontato specie in negozi di abbigliamento e calzature di lusso. Insomma, una mafia più egoistica che pensa all’apparenza più che alla sostanza. «Quella del pizzo chiesto a tappeto a Catania – commenta il presidente dell’Asaec che, di recente, è stata costretta anche a lasciare la sede – è una vera e propria emergenza diventata, però, normalità. La sensazione che viviamo è quella di essere tornati indietro di trenta o quarant’anni». Per andare avanti, c’è un’unica soluzione: «È indispensabile una sinergica opera di sensibilizzazione da parte da parte di tutti le realtà interessate: istituzioni, prefettura, forze dell’ordine, componenti sociali e associazioni. Senza una risposta immediata da parte dello Stato – allerta Grassi – il pericolo è quello di un controllo sempre più capillare dell’economia da parte della criminalità organizzata».

Un campanello d’allarme che spinge i soci di Asaec a organizzare iniziative e manifestazioni sul tema. «Se necessario – annuncia il presidente – scriveremo anche al ministro degli Interni Matteo Piantedosi per segnalargli la realtà che vive il territorio del Catanese». Quella di imprenditori e commercianti che pagano il pizzo da decenni e che, tenuti sotto scacco dalle mafie, non denunciano o addirittura provano a negare anche quando arrivano i risultati delle indagini. «Noi – aggiunge Grassi parlando a nome dei soci – ci chiediamo come sia possibile che un imprenditore che da vent’anni paga il pizzo sia diventato presidente di un’associazione di categoria così rappresentativa come Confindustria e che abbia goduto di un vasto consenso fino a pochi giorni prima della notizia». Una notizia che ha fatto riecheggiare in molti il caso di Antonello Montante. Il cosiddetto paladino dell’antimafia, che da presidente di Sicilindustria è stato condannato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e accesso abusivo al sistema informatico. «Fantasmi che ritornano, come ritorna – conclude Grassi – il silenzio assordante su questi temi di quegli attori che dovrebbero dire o fare qualcosa».


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