Contagiato dal sangue infetto, la Regione siciliana lo risarcirà con 2 milioni di euro

LA STORIA LA RACCONTA “AGRIGENTONOTIZIE”. E’ LA STORIA DI UN RAGAZZO CONTAGIATO DA UNA TRASFUSIONE DA NEONATO. E CHE OGGI E’ STATO COLPITO DA CIRROSI EPATICA E TUMORE AL FEGATO

La storia la racconta AGRIGENTONOTIZIE. E’ la storia di una famiglia di Sciacca colpita da una tragedia causata dal sistema sanitario regionale. E, segnatamente, dall’ospedale di Sciacca. E’ la storia di un bambino appena nato contagiato da una trasfusione di sangue infetto. Epatite C. Che, sedici anni dopo, si trasforma in cirrosi epatica e in un tumore al fegato.

Da qui la causa intentata dal ragazzo – che ha ormai 16 anni – e dai suoi familiari. E la condanna a carico dell’Assessorato alla Salute della Regione Sicilia che dovrà risarcire una famiglia di Sciacca 2 milioni di euro circa.

La sentenza è arrivata al termine di una lunga vicenda processuale iniziata nel 2006 dal ragazzo, che allora era minorenne.

Ad assistere la famiglia di Sciacca, gli avvocati Angelo Farruggia e Annalisa Russello del Foro di Agrigento. Sotto accusa finiscono l’ospedale di Sciacca e l’assessorato regionale alla Salute, ritenuti responsabili di non avere controllato la qualità del sangue somministrato al neonato. E dire che già dal 1989 erano disponibili tecniche per escludere il contagio.

I legali hanno contestato non solo la responsabilità per mancato controllo del sangue da somministrare, ma anche di non aver informato i genitori dell’allora neonato del rischi legati alla trasfusione di sangue, compreso il rischio di contagio da epatite C.

La Regione siciliana è stata difesa dall’Avvocatura di Stato. I difensori hanno cercato di far passare la tesi dell’imprevedibilità del contagio. “Sia per il fatto che nel 1990 ancora non esisteva un obbligo legislativo ad acquisire il consenso informato dei pazienti – leggiamo su AGRIGENTONOTIZIE – sia per il fatto che, in ogni caso, la trasfusione risultava necessaria a salvare la vita del neonato”.

Nel 2008, il Tribunale di Palermo condanna – per violazione dell’obbligo di acquisire un consenso informato – l’assessorato alla Salute a risarcire il giovane il padre, la madre ed il fratello. E riconosce un risarcimento di un milione e 150 mila euro, oltre le spese legali. 750 mila euro in favore del giovane danneggiato; 150 mila euro per ciascuno dei genitori a titolo di danni morali; e 100 mila euro in favore del fratello.

La Regione siciliana si oppone. In appello i danneggiati, sorretti dai legali, non si limitano a difendere la sentenza di primo grado, ma passano al contrattacco. L’impugnano e propongono appello incidentale, chiedendo un aumento del risarcimento. Sostengono che il Tribunale, nel liquidare il danno, non ha fatto uso, come invece avrebbe dovuto, delle tabelle applicate dal Tribunale di Milano per la liquidazione del danno biologico. I legali della famiglia di Sciacca contestano anche che gli interessi sarebbero stati calcolati dal momento dell’emissione della sentenza e non, come invece avrebbe dovuto, dalla manifestazione del danno.

La parola passa così alla Corte di Appello di Palermo che, con la sentenza, da un lato, rigetta l’appello proposto dalla Regione e, dall’altro, accogliendo l’appello incidentale proposto dagli avvocati Angelo Farruggia e Annalisa Russello, aumenta di ben 750.000 euro il risarcimento riconosciuto con la sentenza di primo grado, portandolo da 1.150.000 euro a un milione e 900 mila euro. Una somma che, con gli interessi, va ben oltre i 2 milioni di euro.

Soddisfatti gli avvocati Farruggia e Russello, che ricordano che “in Italia si contano almeno un milione e 600 mila contagiati da Hcv ed il costo in termini di vite umane per le cirrosi da Hbv o Hcv e le sue complicanze, è di circa 12 mila persone all’anno, con un incidenza della infezione molto più elevata al Sud. Si tratta, dunque, di un epidemia silenziosa che spesso, dopo avere inflitto gravi sofferenze in vita, conduce alla morte”.

 

 

 

 

 


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