Il futuro dei Comuni costieri della fascia ionica del Messinese, dopo il ciclone Harry, dovrebbe avere un solo obiettivo: l’«arretramento strategico». Nessuna ricostruzione «spinta dall’emotività del momento, ma una pianificazione seria e ordinata». Una necessità, più che un’aspirazione, perché ondate di maltempo come quella vissuta a gennaio avranno «una frequenza maggiore». Ne è convinto Salvatore […]
Ciclone Harry, disastro atteso per la fascia ionica: «Basta tangenziali fronte mare, serve arretrare»
Il futuro dei Comuni costieri della fascia ionica del Messinese, dopo il ciclone Harry, dovrebbe avere un solo obiettivo: l’«arretramento strategico». Nessuna ricostruzione «spinta dall’emotività del momento, ma una pianificazione seria e ordinata». Una necessità, più che un’aspirazione, perché ondate di maltempo come quella vissuta a gennaio avranno «una frequenza maggiore». Ne è convinto Salvatore Granata, ex segretario di Legambiente Sicilia e tra i curatori dell’Osservatorio sull’erosione delle spiagge in provincia di Messina. Che, nei giorni scorsi, ha pubblicato un dossier dal titolo emblematico: ll ciclone Harry – Cronaca di un disastro annunciato e della gestione fallimentare del litorale ionico. Ventiquattro pagine nelle quali vengono passate in rassegna scelte politiche errate, leggi non rispettate, modelli di manutenzione fragili e sprechi di denaro pubblico. All’orizzonte c’è quello che potrà accadere e le dovute analisi affinché non si ripresenti la devastazione attuale.
Le insostenibili città lineari parallele alla riva
Le scelte urbanistiche lungo la costa ionica hanno aggravato un fenomeno già strutturale. Oggi il 77 per cento della fascia costiera dell’Isola è a rischio erosione. E, negli ultimi 15 anni, l’avanzata del cemento ha consumato il 6 per cento del territorio costiero. A questo si aggiunge la violazione di una legge regionale del 1976, che imponeva il divieto di edificazione entro 150 metri dalla battigia, per preservare l’integrità dell’ambiente costiero.
Secondo il dossier, il modello delle città lineari costruite parallele alla riva si è rivelato insostenibile, soprattutto alla luce di eventi estremi destinati a diventare sempre più frequenti. A Sant’Alessio Siculo, gli allarmi risalgono a oltre trent’anni fa: già tra il 1988 e il 1994 si segnalava l’arretramento del litorale causato dall’occupazione delle aree sabbiose con lungomari e piazzette. Suggerendo la rimozione delle opere che riflettono il moto ondoso e amplificano l’erosione. «Si è scelto invece di intervenire con barriere e massi cementati – spiega a MeridioNews Granata – sottraendo ulteriore spiaggia e accentuando l’effetto riflettente. A conferma della fragilità di un approccio che richiede oggi un cambio radicale nelle politiche di gestione e adattamento ai cambiamenti climatici».
Il caso di Santa Teresa di Riva
Tra i Comuni della fascia ionica maggiormente colpiti dal ciclone Harry c’è Santa Teresa di Riva. Con quel che resta del suo lungomare. L’infrastruttura costiera ha subito danni ingenti con diversi crolli che hanno coinvolto piazzette e pista ciclabile. Cedimenti strutturali che, secondo l’osservatorio, erano ampiamente prevedibili, visto che le mappe del Pai (Piano di assetto idrogeologico, ndr) classificavano l’area come a rischio elevato. Già a gennaio 2025 una mareggiata aveva distrutto 140 metri di passeggiata, causando oltre 4 milioni di euro di danni. Un segnale ignorato di una vulnerabilità stratificata nel tempo. Nonostante ciò, era previsto un intervento da 8 milioni di euro con 14 pennelli in scogli lavici ortogonali alla costa. Opere che, secondo le analisi, rischiano di bloccare il trasporto naturale della sabbia e spostare l’erosione verso il litorale sottoflutto, in particolare a Furci Siculo.
Qui il copione si ripete con l’ampliamento di una passeggiata a sbalzo in cemento armato finanziata contro il dissesto idrogeologico e presentata come soluzione alle mareggiate. Ma potenzialmente capace di aggravare gli squilibri costieri. «Il mare continuerà così, perché il moto ondoso non può essere modificato», sottolinea Granata. Ponendo l’accento sul fatto che non ci si è limitati a costruire dei lungomari, ma delle «vere e proprie tangenziali sul mare, con parcheggi e piste ciclabili – spiega -. Bisogna iniziare a pensare a dei servizi arretrati rispetto alla battigia, evitando nuove costruzioni e valutando persino arretramenti strategici».
«Non devono esserci muri fronte mare»
Se si scelgono barriere rigide, avverte Granata, «bisogna mettere in conto che la spiaggia andrà via: il moto ondoso, impattando su strutture dure, porta via la sabbia. Senza arenile – aggiunge – a rischio è anche il turismo balneare. Sono decisioni che spettano a comunità e istituzioni, ma non bisogna farsi spingere dall’emotività». Granata cita anche i primi finanziamenti regionali per interventi urgenti post ciclone: «Al momento – osserva – si tratta soprattutto di riparazioni di fognature e ricostituzione di terrapieni. A Letojanni, ad esempio, la condotta è stata ricostruita dov’era, ma le mareggiate successive hanno provocato nuovi danni».
La soluzione, secondo l’esperto, non è opporre muri al mare. «Alle riflessioni del moto ondoso si può rispondere con pendii e soluzioni meno rigide: serve una linea di costa morbida, non un fronte duro». Affinché la spiaggia resista occorre anche ripristinare l’apporto di sedimenti, oggi bloccato lungo i torrenti e nel trasporto costiero. Alla base c’è un problema più ampio: «Manca una pianificazione seria e ordinata a livello regionale. Anni di ritardi hanno lasciato scoperte aree già classificate a rischio, senza veri piani di adattamento climatico pensati non per singoli Comuni, ma per l’intera costa».