Caso Ciancio, la decisione entro la fine del 2015 Fava: «Preoccupa che Comune non si costituisca»

Meno di 30 giorni per conoscere il destino giudiziario dell’imprenditore Mario Ciancio Sanfilippo. L’ultima udienza in calendario è stata fissata per la fine di dicembre. In quell’occasione a prendere la parola saranno gli avvocati Carmelo Peluso e Francesco Colotti. Ai legali dell’editore e direttore del quotidiano La Sicilia – accusato dalla procura di Catania di concorso esterno in associazione mafiosa – spetterà l’ultima parola, salvo eventuali repliche dei magistrati Antonino Fanara e Agata Santonocito, prima della decisione della giudice per l’udienza preliminare Gaetana Bernabò Distefano sull’eventuale rinvio a giudizio. Ultimati oggi gli interventi a sostegno della tesi dell’accusa da parte degli avvocati delle parti civili. Nell’udienza – che si svolge a porte chiuse – si sono alternati i difensori Goffredo D’Antona, che assiste i fratelli Dario e Gerlando Montana, Dario Pastore per l’Ordine dei giornalisti di Sicilia e Fausto Amato per l’associazione Sos impresa

Al centro dei commenti, a margine dell’udienza, è finita la scelta del Comune di Catania di non costituirsi tra le parti civili del processo. Sulla questione, dopo la pubblicazione su MeridioNews della notizia riguardante l’intercettazione tra Ciancio e il primo cittadino Enzo Bianco, interviene il vicepresidente della commissione parlamentare antimafia Claudio Fava: «Si tratta di una scelta che preoccupa ma non stupisce affatto, soprattutto alla luce delle intercettazioni dei Ros che hanno svelato le premure di Bianco nei confronti di Ciancio e dei suoi interessi nel nuovo piano urbanistico della città (Pua, ndr). Ci auguriamo – conclude Fava – che questo processo serva a svelare e a recidere, una volta per tutte, il groviglio di interessi, negligenze e consociativismi che hanno rappresentato, negli ultimi 30 anni a Catania, un governo parallelo e nefasto per la città».

In aula anche Riccardo Arena, presidente dei giornalisti siciliani, che si è intrattenuto con i cronisti alla fine dell’udienza. «Questo procedimento non riguarda i giornalisti del giornale di Ciancio, alcuni dei quali sono stati anche vittime di un certo modo di operare», precisa il presidente. «Il modo di fare giornalismo dovrà non essere valutato dai giudici – aggiunge – ma da organismi disciplinari». Quello dell’Ordine «è stato già allertato, e presto riceverà gli atti del processo». Il riferimento, trascorsi ormai quasi 23 anni, è anche alla visita del 3 novembre 1993 del boss Pippo Ercolano agli uffici del quotidiano locale. In quell’occasione l’ormai defunto cognato di Nitto Santapaola si lamenta con il direttore Ciancio per un articolo pubblicato pochi giorni prima. Il pezzo, firmato dal redattore Concetto Mannisi, riguardava la denuncia da parte dei carabinieri nei confronti dei titolari di alcune aziende per violazioni di legge in materia di inquinamento. Tra cui appunto Ercolano, che viene definito il «massimo esponente della nota famiglia sospetta di mafia». Il passaggio non viene accolto bene dal diretto interessato che quindi decide di avere un faccia a faccia con Ciancio. Il direttore, poi sentito dai magistrati etnei, minimizza l’accaduto e parla di toni scherzosi – tra lui ed Ercolano – quando quest’ultimo gli comunica che avrebbe querelato il giornale chiedendo diversi miliardi di lire per danni d’immagine. 

Dopo alcuni minuti, alla presenza dei capo cronisti Vittorio Consoli e dello stesso Ercolano, Ciancio decide di far entrare Mannisi nella sua stanza. Il cronista risponde – e racconterà poi ai magistrati – di aver trattato l’argomento e di aver utilizzato quella definizione perché contenuta in una nota del ministero dell’Interno in cui si faceva riferimento della presenza della famiglia mafiosa dei Santapaola-Ercolano nel territorio del Comune di Acicatena. Su questo episodio ha riferito per sommi capi anche il collaboratore di giustizia Maurizio Avola. L’ex killer racconta ai magistrati, in un vecchio interrogatorio, di aver appreso la notizia da Aldo Ercolano, figlio di Pippo. «Il nostro assistito – replica il penalista Carmelo Peluso, legale di Ciancio – è assolutamente indignato quando si parla di condizionamento al giornale La Sicilia. Lui come direttore e i giornalisti del suo quotidiano rivendicano, come sempre, autonomia e correttezza dell’informazione e avremo modo di dimostrarlo con i documenti».

L’avvocato Goffredo D’Antona ripercorre in aula la vicenda della mancata pubblicazione del necrologio di Beppe Montana, commissario di polizia ucciso dalla mafia nel 1985. Tre mesi dopo l’omicidio, il padre della vittima chiede al quotidiano La Sicilia di pubblicare un necrologio. Poche parole, in cui la famiglia rinnova «ogni disprezzo alla mafia e ai suoi anonimi sostenitori». Quel messaggio, però, non viene pubblicato per la mancata autorizzazione di Ciancio.


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