Bambole e demoni, quando il cinema parla giapponese

Si intitola “Bambole e Demoni” la rassegna cinematografica organizzata dalla facoltà di Lettere e filosofia e in corso in questi giorni al Monastero dei Benedettini. La rassegna è stata introdotta martedì scorso della professoressa Agata Sciacca, docente di storia e critica del cinema, e Viola Di Grado, esperta in lingue e culture orientali. E proprio la cultura orientale, e quella giapponese in particolare, costituisce il filo conduttore della rassegna. La professoressa Sciacca ha sottolineato i rapporti, che da diverse generazioni, intercorrono tra Oriente e Occidente. Basti pensare che “già nell’800 i pittori aderenti al fenomeno dell’impressionismo erano affascinati dalle stampe giapponesi. Questo interesse vale anche per gli scrittori”. Esempio ne è il premio nobel Hermann Hesse che, prendendo spunto dalle filosofie orientali, da temi come il viaggio inteso come crescita interiore o la ciclicità della vita, scrisse diversi romanzi (primo fra tutti “Siddharta”).  “Non solo – continua la Sciacca – anche gli architetti si avvicinarono alla concezione abitativa orientale, la quale presentava una struttura più organica, e una forte fusione con la natura”.

Ma cosa caratterizza il cinema giapponese? “Non dobbiamo parlare di autori o di cinematografie, ma di film. Quelli che vedremo durante questi incontri rappresentano i fondamentali del genere. La novità di questo cinema sta paradossalmente nella sua capacità di attingere alla tradizione. Di mettere insieme le nuove tecnologie con la tradizione delle arti. Vi sono presenti le immagini, in cui presente e passato convivono; nonché i quadri dell’assenza  in cui domina il vuoto, sentimento questo, in linea con il pensiero del dopoguerra”.

Un’altra caratteristica estetica del cinema giapponese – ha continuato la professoressa – è quella di far scaturire la malinconia dalla semplice visione delle cose. Questa genera il tempo, lo spazio e quindi il senso. La caratteristica di questo cinema può attuarsi in questo vuoto che è così denso e carico di significato. Il vuoto però ha un ruolo attivo, come quello dello spettatore. Nella tradizione giapponese, anche chi riceve una bevanda, in modo specifico il tè, chi riceve la bevanda, non è un mero spettatore, ma partecipa attivamente”.

Viola Di Grado ha concentrato la sua attenzione sul titolo della rassegna: “Perché «Bambole e demoni»? Questo titolo sottolinea un rapporto di conflitto e complicità tra oriente e occidente. Tra tradizione e modernità. I giapponesi, in passato come adesso, non hanno mai avuto problemI ad assimilare le culture straniere. Uno dei film che vedremo è una solenne manifestazione dell’estetica tradizionale giapponese. Un elemento che è costantemente presente all’interno del lungometraggio è la figura dei due vagabondi legati da una corda. Sembrano banali, ma esprimono un significato effettivo: i doveri sociali che si scontrano con i sentimenti umani. Il filo rappresenta uno strumento di livellamento. La natura è vuota, sospesa nel tempo, addormentata”.

Il film in questione si intitola Dolls ed è diretto da Takeshi Kitano. È un’allegoria del teatro classico giapponese. Si apre con la messa in scena di un dramma del genere bunraku, in cui le bambole dai kimono sontuosi e dai volti bianchi di porcellana si trasformano in due giovani, un ragazzo e una ragazza veri, Sawako e Matsumoto. Vagabondi, attraversano a piedi gli spazi e le stagioni. Oltre a questi due, vi sono anche un boss della Yakuza e la sua antica innamorata; e vi è una coppia composta da una pop star cieca, e dal suo fan innamorato. È un discorso amoroso che incrocia tempo e natura. In cui gli stracci di Sawako e Matsumoto  torneranno a essere magnifici kimono delle marionette bunraku.

Bambole e Demoni è stato il primo di cinque incontri, che continuano fino al 9 maggio. Il programma continua giovedì 7 maggio (alle 16:30 in Auditorium) con Onibaba (La donna demone) di Kaneto Shindo (1964); venerdì 8 maggio (ore 16:30, Coro di notte) sarà proiettato Suna no Onna (La donna della sabbia) di Hiroshi Teshigahara (Giappone, 1964). L’ultima giornata di proiezioni sarà sabato 9 maggio. Alle 9:30  al Coro di notte in programma con le proiezioni di Momobatake (Il pescheto), episodio di Yume (Sogni) di Akira Kurosawa (1990,); Yuki-onna (La donna della neve), episodio di Kwaidan (Storie di spettri) di Masaki Kobayashi (1964) e Paprika di Satoshi Kon (2006).


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