A Calatafimi la mafia piegava politici e imprenditori Tra voto di scambio e assunzioni di uomini di fiducia

Sarebbero stati in grado di condizionare le elezioni amministrative, garantirsi assunzioni lavorative, fare indagini per risalire agli autori di episodi criminosi e, più in generale, rappresentare un potere con cui chiunque o quasi avrebbe dovuto relazionarsi. L’indagine che questa mattina ha portato al fermo di 13 persone nel Trapanese racconta una storia già sentita: la cosca mafiosa attiva a Calatafimi-Segesta e legata al mandamento di Alcamo dettava legge. Nell’indagine sono finiti anche volti illustri della scena locale, a partire dal primo cittadino Antonino Accardo (non arrestato, ndr) e l’ex presidente del cda di Atm Trapani Salvatore Barone.

Nei confronti di Accardo l’accusa è di avere beneficiato dei voti controllati dalla cosca mafiosa guidata da Nicolò Pidone, già condannato per mafia. Gli inquirenti sono convinti che il consenso di Accardo alle ultime elezioni comunali sarebbe originato anche dal pagamento dei voti. Le somme di denaro sarebbero arrivate alle famiglie di pregiudicati che si trovano in cattive condizioni economiche. Barone, invece, è indagato per il ruolo di presidente della cantina sociale Kaggera di Calatafimi. L’imprenditore sarebbe stato totalmente assoggettato a Pidone, verso il quale sarebbe andato incontro anche in merito alle assunzioni di personale «finalizzate – scrivono gli investigatori – a dare sostentamento alle famiglie dei detenuti mafiosi». Tra queste ci sarebbero state quelle di Loredana Giappone, moglie di Rosario Tommaso Leo, e Veronica Musso, figlia del boss Calogero Musso. Barone sarebbe stato anche pronto a dare denaro al clan aggirando il controllo della società.

Gli incontri del clan avvenivano in una struttura fatiscente adiacente alla masseria di Pidone. L’uomo avrebbe avuto contatti anche con soggetti appartenenti ad altre famiglie mafiose, anche fuori dal mandamento alcamese. Tra i fermati ci sono pure i cugini Rosario Tommaso e Stefano Leo. Quest’ultimo – già coinvolto nella latitanza dell’ergastolano Vito Marino – è ritenuto dagli inquirenti vicino al capomafia defunto Vito Gondola e a Sergio Giglio, entrambi facenti parte del sistema di comunicazione al servizio di Matteo Messina Denaro. Tra gli indagati c’è anche l’imprenditore Domenico Simone.

Sono coinvolti nell’inchiesta pure una serie di imprenditori accusati di avere favorito Cosa nostra. Questo è il caso dell’enologo marsalese Leonardo Urso e dell’imprenditore agricolo agrigentino Andrea Ingraldo. Quest’ultimo è accusato di avere assunto lo stesso Pidone così da garantirgli un trattamento più leggero nell’ambito di una misura di sicurezza di cui era destinatario.

Sotto la lente degli investigatori è finito anche l’incendio a un’auto di Antonino Caprarotta, imprenditore punito per avere sporto denuncia contro Francesco Isca e altre persone coinvolti nell’inchiesta sui parcheggi nell’area archeologica di Segesta. Per questo fatto oltre a Pidone, sono accusati anche Giuseppe Aceste, Antonino Sabella e Giuseppe Fanara. Tra i fermati pure Giuseppe Gennaro, accusato di avere rubato un trattore agricolo, Ludovico Chiapponello, che si sarebbe adoperato a cercare microspie nel luogo in cui Pidone incontrava gli uomini di fiducia. Indagato, infine, anche un agente della polizia penitenziaria per rivelazione di segreto d’ufficio.


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