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Migranti, carne con i vermi e un solo paio di mutande
A Gela sistema basato su fatture false e cibo rubato

A gestire tutto nel Cas Villa Daniela sarebbe stata Gemma Iapichello, 42enne «gravata da vicende giudiziarie per associazione mafiosa». I pasti sarebbero stati portati con gli stessi mezzi con cui veniva trasportata la spazzatura. E i lavoratori sfruttati

Simone Olivelli

Foto di: oim

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Uva e melanzane comprate da chi le aveva rubate nei campi, pecore senza tracciabilità, carne da acquistare a non più di quattro euro al chilo, e poi ancora la consegna di un solo paio di mutande per stagione, stretta sui detersivi da usare, sfruttamento dei lavoratori e tante fatture false per giustificare i fondi provenienti dalla prefettura. Sono solo alcune delle azioni che avrebbe messo in atto Gemma Iapichello, finita una settimana fa in una cella del carcere di piazza Lanza, dopo essere stata arrestata nell'ambito dell'inchiesta Blonds sul presunto business criminale dell'accoglienza messo su dal catanese Pietro Biondi, a capo di una piccola galassia di cooperative in Sicilia e non solo.

La donna è ritenuta dagli inquirenti delle procure di Catania e Gela l'unica figura capace di confrontarsi alla pari con l'imprenditore. «Biondi talvolta resta persino un passo indietro nell'impartire ordini», scrivono i magistrati etnei nella richiesta di custodia cautelare, poi accolta dal gip. Quarantaduenne originaria di Gela, Iapichello è sposata con Gaetano Giuseppe Azzolina, arrestato nel 2012 in un'operazione antimafia con l'accusa di essere un esponente della Stidda. Di lei gli inquirenti tracciano un ritratto in cui «si delineano i connotati di soggetto che pare l'unico con posizione quasi apicale», nonostante formalmente la donna risulti dipendente di Comunità per vivere insieme, una delle otto cooperative sequestrate a Biondi. 

Secondo i pm, Iapichello sarebbe già «gravata da vicende giudiziarie per associazione mafiosa, reati contro il patrimonio e in materia di sostanze stupefacenti». In particolare era stata arrestata nel 1996 nell'operazione Primavera della Guardia di finanza contro lo spaccio a Gela, nel rione Caposoprano e nel lungomare. Il suo nome adesso viene tirato in ballo per fatti che riguardano il Cas Villa Daniela di Gela, ma anche per la gestione di case di riposo a Butera, Niscemi e Pietraperzia. La 42enne, sfruttando la complicità di alcune persone di fiducia, una delle quali sua vicina di casa, sarebbe riuscita a gestire con estrema libertà il magazzino in cui venivano depositati i vestiti, gli effetti personali e le scorte alimentari destinati agli ospiti delle strutture. Gli inquirenti, per esempio, ricostruiscono un caso in cui la donna fa sapere a Biondi di «avere acquistato novanta chili di uva pagandola pochissimo e senza fattura e che - si legge nella richiesta dei magistrati - le hanno portato trenta casse di melanzane rubate».

Le particolari modalità di approvvigionamento sarebbero state utili a risparmiare sulle spese reali. Il piano sarebbe stato poi completato grazie a un sistema di fatture false, a cui Biondi e Iapichello avrebbero potuto fare riferimento con la complicità di un responsabile di un punto vendita del Nisseno legato a una importante catena di hard discount. «Ho visto acquistare merce ma in realtà quella consegnata non corrispondeva mai a quella indicata nella fattura», racconta un lavoratore di una coop agli investigatori. Un altro dipendente aggiunge di avere «più volte visto fatture di importi superiori rispetto alla merce consegnata» e di essersi interessato all'argomento dopo che Iapichello «aveva provato ad accusarci di furto». Le carenze in fatto di cibo avrebbero riguardato, inoltre, anche le condizioni igienico-sanitarie con cui sarebbero fatti pervenire in alcuni casi i pasti. «Il cibo veniva portato nella nostra struttura con lo stesso furgone con il quale venivano trasportati gli ospiti e la spazzatura», mette a verbale una dipendente. E sul menù: «In alcune circostanze ho avuto modo di vedere che nei piatti c'erano vermi che provenivano dalla carne».

Le cose non sarebbero andate bene neanche nela distribuzione del vestiario. «Avevo ricevuto disposizione di assegnare a ciascun nuovo ospite, per il periodo estivo, un paio di scarpe, un pantalone, una maglietta, uno slip e un pantaloncino. Per l'inverno, una maglietta a maniche lunghe, un pantalone, una giacca, una tuta, un paio di scarpe e uno slip - rivela a ottobre 2017 un uomo impiegato in una delle strutture -. Gli ospiti si lamentavano perché avevano bisogno di altri capi di abbigliamento e lui (Biondi, ndr) mi ha detto di rivolgermi a Gemma. Lei mi ha risposto che doveva rimanere così». A completare il quadro ci sono i soprusi che, secondo gli inquirenti, Iapichello avrebbe fatto nei confronti dei lavoratori che non accettavano di rimanere oltre l'orario previsto dal contratto o ambivano al riconoscimento dello straordinario. «Mi puniva lasciandomi senza lavoro e senza retribuzione per quindici giorni - racconta una dipendente - ed è capitato pure che mi minacciava di licenziamento se non acconsentivo alle sue richieste. Sono stata strattonata per un braccio perché era venuta a sapere delle mie lamentele con Biondi».

Dal canto suo, la 42enne gelese avrebbe avuto anche un altro genere di problema da risolvere: fare sparire il denaro accumulato, nella consapevolezza che sarebbe stato difficilmente giustificabile a fronte di una busta paga di appena 800 euro. Iapichello, secondo i magistrati, avrebbe provato a escogitare più di un metodo: dall'acquisto di un'auto per far sparire diecimila euro all'investire 39mila euro in buoni fruttiferi, successivamente estinti e convertiti in altrettanti vaglia postali la cui beneficiaria era la stessa Iapichello. La donna, temendo futuri sequestri, avrebbe deciso di diffidare da qualsiasi deposito ufficiale, ragionando su come nascondere fisicamente i contanti. Anche in questo caso la fantasia non sarebbe mancata: parlando con una vicina di casa, sarebbe emersa la possibilità di nascondere il denaro tra il corredo per il futuro matrimonio della figlia dell'amica. 

Siamo a settembre dell'anno scorso e l'ansia per le attenzioni delle forze dell'ordine, che da un po' hanno iniziato a convocare alcuni lavoratori delle strutture di assistenza, sale sempre di più. Il mese dopo, la 42enne chiama l'amica e la informa che la stanno conducendo in caserma e le dice di portare via i soldi: «Dove ci sono le lenzuola, sali subito», dice Iapichello. Poco dopo le due sono insieme in auto, la 42enne si accorge di avere la polizia dietro e a quel punto, temendo che gli agenti possano trovare un bigliettino custodito nel portafogli, chiede all'amica di mangiarselo

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