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Le estorsioni a tappeto della mafia della Montagna
«Si può anche sbagliare porta ma si deve bussare»

L'organizzazione mafiosa dell'Agrigentino, disarticolata dopo gli arresti, puntava molto sul racket e aveva infiltrato in modo capillare vari settori di imprese sul territorio. Una trentina le ditte avvicinate fra minacce velate e espliciti avvertimenti. All'interno del sistema estorsivo anche il sindaco di San Biagio Platani

Marta Silvestre

«Avvicinabili» e «non avvicinabili». Sono queste le due macrocategorie in cui l'organizzazione mafiosa dell'Agrigentino, disarticolata due giorni fa con l'operazione Montagna, era solita classificare le imprese in tema di «messa a posto», ovvero le richieste estorsive. A fare la differenza sarebbe stata l'accertata propensione dei titolari della ditta a sporgere denuncia. Secondo gli inquirenti, il mandamento ricostituito da Francesco Frangapane avrebbe avuto un controllo capillare in diversi settori economici in tutta l'area montana dell'Agrigentino, in particolare nel mondo delle imprese edilizie e nel nuovo business dell'immigrazione. Poco meno di trenta le ditte che, a vario titolo, avrebbero avuto contatti con Cosa nostra. Fra queste quelle andate a «bussare», quelle avvicinate con velate minacce o pesanti avvertimenti, quelle che hanno denunciato e anche quelle che hanno ceduto alle richieste. Assumere un parente come lavoratore dipendente, cambiare il fornitore del materiale edile, comprare il calcestruzzo dal grossista di riferimento, prendere in affitto i magazzini dove mettere i mezzi dell’impresa, ottenere eventuali sub appalti. L'avvertimento più utilizzato sarebbe stato quello di lasciare una busta di plastica con all'interno una bottiglia di liquido infiammabile e quattro cartucce calibro 12.

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