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Caso Scieri, ascoltati ex comandanti della caserma
«Nonnismo? Sarà scivolato dopo prova di coraggio»

Nuova seduta della commissione d'inchiesta su Emanuele Scieri, il paracadutista trovato morto nella caserma Gamerra di Pisa. Diverse le audizioni dei militari che lavoravano nella struttura. Molti «non ricordo». Ex capo della Folgore: «Il cadavere era adiposo, aveva praticato più lo studio che l’attività sportiva»

Marta Silvestre

Sono durati dal primo pomeriggio fino alla tarda serata i lavori della commissione parlamentare di inchiesta sulla morte del militare Emanuele Scieri, il paracadutista siracusano trovato morto nella caserma Gamerra di Pisa il 16 agosto del 1999. Sono stati ascoltati l’ex militare Daniele Ceci, l’ex comandante della Folgore, generale Enrico Celentano, l’ex comandante della caserma Calogero Cirnieco e l’ex comandante del battaglione Emilio Ratti. Una sfilza di «non ricordo» e poche risposte che iniziano sempre con un «mi sembra». Si può riassumere così l’audizione di Ceci, il caporale in servizio all’epoca presso la stessa caserma di Emanuele, che ha ricalcato un po’ quella del supertestimone Stefano Viberti. Addetto al magazzino di casermaggio situato di fronte e a meno di dieci metri dalla torretta, ai piedi della quale viene ritrovato il corpo di Scieri, Ceci è anche una delle cinque persone che per prime hanno visto il cadavere ed è proprio lui che ha avvertito i superiori. 

«La reticenza è così evidente - ha detto l’onorevole Massimo Enrico Baroni - che mi spenderò perché ritorni in commissione in qualità di testimone, accompagnato da un avvocato, e non più di semplice audito. Solo nella prima mezz’ora ha detto 14 volte “non ricordo”, deglutisce nervosamente ogni volta che viene fatta una domanda, ha momenti di panico e il suo volto mostra che sa cose di cui non vuole parlare. Prova a improvvisare l’arte di dissimulare». Visti i vuoti di memoria, la presidente della commissione Sofia Amoddio ha mostrato a Ceci il verbale dell’interrogatorio del 15 settembre del 1999 dandogli anche la possibilità di rileggerne il contenuto. «Ho paura di dire qualcosa di sbagliato», ha cercato di giustificarsi l’ex caporale, oggi operaio.

L’audizione successiva è stata quella del generale Celentano, che ha diretto la Folgore dal luglio del 1997 al novembre del 1999 e che è anche l’autore dello Zibaldone, una sorta di manuale assemblato con citazioni auliche e un elenco di atti di nonnismo ai quali sottomettere le reclute. «Mi chiamarono al cellulare e mi dissero che era stato trovato un allievo paracadutista morto - ha raccontato -. Mi recai a Pisa e vidi il cadavere di Scieri. È stato in quella occasione che ho notato che era un po’ adiposo perché era anzianotto e aveva praticato più lo studio che l’attività sportiva. Così, mi sono dato la spiegazione che forse aveva tentato di capire se riusciva a fare una impresa fisica e forse era scivolato tentando di arrampicarsi su quella scala». 

Quando è morto, però, Scieri aveva 26 anni, era laureato in giurisprudenza e non aveva nessun chilo di troppo. Quello che l’ex comandante della Folgore non riesce a giustificare sono entrambe le scarpe slacciate, una delle quali a quattro metri di distanza dal corpo. La notte fra il 14 e il 15 agosto, Celentano aveva fatto un'ispezione alla caserma ma «mi sono limitato a percorrere in auto il muro di cinta per controllare il servizio di vigilanza». A questo proposito la presidente Amoddio ha sottolineato come «sono molte le cose strane di quella visita e sembra quasi non volesse che si sapesse che era andato». Altra stranezza è la telefonata partita la sera del 13 agosto alle 23.45, da un cellulare agganciato alla cella della caserma e diretta all'abitazione di Celentano a Livorno. Infine, quando gli mostrano le foto del cadavere di Emanuele, l’ex comandante sostiene che non era come lo aveva visto lui: sarebbero diversi il colore della maglia indossata e anche la posizione del corpo. «Ciò rafforza l'ipotesi secondo cui il corpo sarebbe stato spostato», ha detto Amoddio.

Dopo è venuto il turno del comandante della scuola di paracadutismo e generale oggi in pensione, Calogero Cirnieco che, nei giorni fra la morte e il ritrovamento del corpo di Emanuele, era in ferie alle cure termali e che poi, il 30 agosto, concluse la relazione tecnico disciplinare scrivendo che non c’erano responsabilità penali né disciplinari. «All’inizio ho pensato si trattasse di suicidio perché nella tasca dei pantaloni avevano trovato la ricetta di un farmaco antidepressivo, ma poi - ha dichiarato per la prima volta Cirnieco - è venuto fuori da un amico di Scieri che quest’ultimo aveva un carattere forte e che era diventato leader del gruppo». 

Dall’esame tossicologico è stato escluso che Emanuele facesse uso di antidepressivi, se li era fatti prescrivere ma non li aveva mai presi. «Escludo che si sia trattato di un atto di nonnismo - ha aggiunto -. Credo che sia salito su quella scala per capire se soffriva di vertigini». È già sera inoltrata quando viene audito l’ex colonnello Emilio Ratti che era il comandante del battaglione nella caserma Gamerra. I toni si scaldano. Sostiene che aveva chiesto anche lui di essere ascoltato dalla commissione, prima di essere chiamato in audizione, per fare chiarezza sui pregiudizi sulla Folgore che sarebbero stati espressi da alcuni politici. «Non ho mai creduto si trattasse di un suicidio - ha precisato Ratti - ma, come prima cosa, ho pensato a un disgrazia, a un incidente. Secondo me Scieri si è arrampicato su quella scala perché voleva provare a capire se riusciva in una impresa fisica che avrebbe dovuto affrontare qualche giorno dopo». Ma quella settimana non c’erano esercitazioni che, anzi, erano state sospese per tutto il mese di agosto.

Il colonello Ratti, che all’epoca si era inventato per le reclute un modulo per denunciare eventuali atti di nonnismo subiti, durante l’audizione ha ripetutamente negato che in quella caserma venissero praticate prove di coraggio o altre pratiche simili.    

Leggi il dossier sul caso Scieri

MeridioNews è una testata registrata presso il tribunale di Catania n.18/2014
Direttora responsabile: Claudia Campese Editore Mediaplan Soc. Coop. Sociale
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