Ars, i nemici interni del ddl Enti locali: a rischio anche le norme già approvate

Entusiasmi tutti da frenare. Sono quelli per gli articoli approvati dall’Ars del ddl Enti locali. Passati al voto, certo, ma non ancora validi. Perché non scindibili dal testo unitario. A conferire valore giuridico, infatti, è il voto finale sull’intero ddl: che, qualora fosse negativo, farebbe decadere immediatamente anche gli articoli che avevano ottenuto il nei passaggi precedenti. Un momento, il voto finale, che serve a valutare la sintesi politica e la coerenza complessiva del provvedimento. Spesso minata, durante il dibattito, dalla bocciatura di articoli chiave o, al contrario, dall’approvazione di singoli emendamenti che stravolgono il senso originario del testo. Un rischio non ancora scongiurato, nel caso del ddl Enti locali. Che potrebbe rendere alcuni articoli – come quello già festeggiato sulla rappresentanza delle donne nelle giunte – quanto meno non applicabile alle prossime elezioni di primavera, per questioni di tempistiche.

Il destino delle norme a rischio

All’Ars esiste il divieto di ripresentazione: un ddl respinto non può essere ripresentato con lo stesso contenuto prima di sei mesi. Al netto di deroghe specifiche o modifiche sostanziali che lo rendano un progetto diverso. Che deve ripartire da zero. L’eventuale salvataggio di alcune norme, prima del verdetto finale, segue di solito tre strade. La più comune è lo stralcio: alcuni articoli – approvati o controversi – vengono separati dal testo originale e trasformati in un disegno di legge autonomo. Con una corsia preferenziale. La seconda è il rinvio in Commissione: l’aula si interrompe, il testo torna indietro e viene riformulato, emendato o fuso con altre proposte. Ultima opzione è la trasformazione in emendamento paracadute: con norme superstiti, ossia approvate, riproposte come emendamenti a un altro disegno di legge in corso di approvazione. Come la manovra finanziaria o ddl omnibus, sufficientemente ampi per accogliere di tutto un po’.

Il peso del voto segreto

È proprio per questo che il voto segreto è il vero terrore dei governi regionali siciliani. Dove, a differenza del Parlamento nazionale – che ne ha limitato l’uso negli anni ’80 – è ancora piuttosto frequente. Può essere richiesto su numerose leggi da un numero minimo di deputati (di solito cinque) o dai presidenti dei gruppi parlamentari. Ed è qui che si entra nella politica pura. Con deputati di maggioranza che seguono la linea di governo nel voto palese sui singoli articoli, per poi trasformarsi in franchi tiratori nel segreto del voto finale. Senza il rischio di essere scoperti. E con conseguenze letali. Da un lato, il governo pensa di avere i numeri perché gli articoli sono passati. Ma basta che l’opposizione chieda il voto segreto sul finale e, spesso, il risultato è un ddl bocciato. Con una sconfitta politica pesantissima per il governo regionale.

Lo strano caso del ddl Enti locali

Ma il caso del ddl Enti locali è all’opposto. Con l’opposizione che riesce a far approvare i propri emendamenti proprio grazie ai franchi tiratori. Esponenti di una maggioranza che sembra avere già deciso il destino di questa legge. Tra assenze in aula e dichiarazioni dei deputati di Forza Italia, il partito del presidente della Regione Renato Schifani. Affossando anche l’accordo raggiunto in conferenza dei capogruppo di procedere al voto finale entro mercoledì. Così da permettere alla legge di entrare in vigore alle Amministrative di primavera. «Un atto irresponsabile da parte dei franchi tiratori», commenta Vincenzo Figuccia (Lega). Ma che conferma voci e timori, in circolo fin dal mattino, sulla bocciatura finale del testo. A parlarne apertamente in aula è stata Marianna Caronia (Noi Moderati), che aveva festeggiato insieme alle colleghe la norma sulle quote di genere. Eppure, se questo ddl ha dei nemici, vanno cercati proprio nella maggioranza.

Forza Italia contro se stessa

E sulle chiare divisioni interne al centrodestra interviene Nicola D’Agostino (Forza Italia). Prendendo le mosse dall’articolo 10 sulla digitalizzazione dei Comuni: «Una norma inutile e fuorviante, meglio votare contro che ritirare vigliaccamente il tesserino, neppure fossimo l’opposizione». Dando la colpa al collega Ignazio Abbate, promotore del testo. Una polemica «inutile e pretestuosa», secondo Riccardo Gennuso, sempre in quota Fi, che definisce il suo no all’articolo come «un voto tecnico, non politico e di certo non contro il governo». Eppure, tra i corridoi, circola la stessa chiave di lettura: rinviando la seduta alla prossima settimana, non ci sarebbero più i tempi per applicare il ddl (se approvato) alle elezioni di primavera con 62 Comuni al voto. Una mossa degli scontenti dalle norme su terzo mandato dei sindaci e consigliere supplente. Con buona pace di chi ha già festeggiato e di una maggioranza che continua a battere se stessa in aula.


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