Anka e le altre

Anka, 27 anni, capelli rossi cortissimi, viso lentigginoso, fisico slanciato e asciutto. Le mani sono sciupate, le unghie appena smaltate. È una ragazza romena. Si è sposata a 18 anni con un suo concittadino, Karim. Sua figlia è rimasta a vivere con i nonni, in Romania. Anka vive in un appartamento piccolo, ma ben arredato, a pochi minuti dal centro di Bronte. Mentre prepara il caffè, parla di sua figlia: “Mi manca tanto, ma è meglio che sta con miei genitori. Io mando soldi per scuola – continua con il suo italiano un po’ imperfetto – . Prima è venuto mio marito da solo, ha trovato lavoro e suo padrone anziano con moglie aveva bisogno di badante. Così sono venuta pure io qui. All’inizio è stato brutto, perché mio marito lavorava in campagna e dormiva lì, mentre io stavo in casa dei padroni, in paese. Ci vedevamo soltanto sabato sera e domenica”.
Anka puliva la casa, cucinava, lavava e stirava i vestiti, faceva la spesa, andava alla posta. Insomma, si occupava di tutto. Ma il suo lavoro è diventato più difficile quando la signora e suo marito si sono ammalati. “Non ce la facevo da sola, avevo bisogno di un’altra persona, ho detto a figlia di signora di venire ogni tanto ad aiutare, ma lei non poteva perché lavorava. Così ho chiamato zia dalla Romania per aiuto…”.
Dopo la morte delle persone che assisteva, Anka di certo non è rimasta senza lavoro. Di mattina fa le pulizie da un signore anziano, di pomeriggio assiste una vecchia signora malata. “Tante persone cercano me in paese. Non ci sono qui ragazze che vogliono fare questo lavoro – mi dice sorridendo –. E non è per soldi”. Quello che vuole fare capire Anka è che, in effetti, se ci sono così tante straniere che vengono a lavorare qui, è perché molti anziani hanno bisogno di assistenza e poche persone possono occuparsi di loro.

Nei piccoli centri siciliani sempre più spesso si vedono facce diverse dalle solite e si sentono parlare lingue sconosciute. Circa cinquanta o sessanta anni fa era proprio da questi paesini che intere famiglie partivano per il nord Europa – Germania e Svizzera erano le mete più gettonate – in cerca di lavoro. Da una decina d’anni a questa parte, invece, sono questi piccoli paesi ad essere meta di frotte di immigrati provenienti dall’est Europa. I centri storici pullulano di abitazioni vecchie che vengono date in affitto, a volte anche a prezzi nient’affatto modici, a stranieri. Le campagne siciliane si riempiono di manodopera stagionale, naturalmente a basso costo. La richiesta di badanti e di colf da parte delle famiglie si fa sempre maggiore e il numero di matrimoni misti è notevolmente aumentato.

A Bronte l’economia si basa principalmente sull’agricoltura e sul commercio. La popolazione residente è di circa ventimila abitanti, ma nel periodo estivo e autunnale, in cui maggiore è la necessità di manodopera nei frutteti e nei pistacchieti, si registra un notevole afflusso di lavoratori stranieri. Non solo uomini, ma anche donne. In generale, per il 2007 l’immigrazione di stranieri a Bronte è notevolmente aumentata. Da alcuni dati forniti dal servizio anagrafe del comune, si evince che il picco dell’immigrazione è stato raggiunto a marzo del 2007, in coincidenza con l’ingresso della Romania nell’UE.
Inoltre, i dati rilevati dimostrano che per la maggior parte sono le donne ad immigrare. Questo si spiega con l’esplosione del fenomeno delle badanti. Ma non solo. Alcune vengono qui in cerca di “amore”, o per meglio dire di un matrimonio. Infatti non è raro vedere alcune di queste donne, anche giovani,  sposarsi o andare a convivere, soprattutto con scapoli o vedovi molto più grandi di loro. Lia, 56 anni, capelli mossi di un colore tendente al giallo, rossetto rosso e fard acceso sulle guance, è una di loro. E una donna un po’ grassottella, abita un piccolo monovano dal tetto basso. Appena si entra c’è la cucina-soggiorno, la porta a destra che dà sul bagno, quella a sinistra sulla stanzetta. Appesa alla parete una gigantografia del papa Wojtila e, su un tavolinetto, le foto dei suoi cari. In casa c’è un odore nauseante, di umidità mista a frittura. Lia dieci anni fa è partita dalla Polonia per venire in Sicilia e sposare un anziano signore.

Non sapevo cosa mi aspettava, ma sarebbe stato meglio della fame. Al mio paese lavoravo 12 ore al giorno per quattromila lire, mio marito mi aveva abbandonata per una donna più giovane e non mi dava soldi per mandare mia figlia a scuola. Un giorno un siciliano che conoscevo mi chiese se volevo sposarmi con un italiano benestante. Ho detto sì”. Franco, il suo promesso sposo, aveva 76 anni, era vedovo e aveva due figli, non molto felici della cosa. Mentre mi porge la sua fotografia, Lia mi confida: “Non posso dire che lo amavo, aveva 30 anni in più di me e poi era pure sgarbato. Ma non posso non ringraziarlo per avermi sposata”. Il matrimonio è durato soltanto due anni, perché lui è morto d’infarto. Dopo, i figli l’hanno cacciata via di casa e costretta, minacciandola, a rinunciare all’eredità. Lei non ha fatto obiezioni. “Mi basta la pensione. Pago l’affitto di questa casa, faccio la spesa, e quello che mi resta, lo mando a mia figlia per l’università”. Lia non ha nessuna intenzione di tornare in Polonia, qui si trova bene, si è integrata, ha delle amiche con le quali esce e va a messa. Tutto questo le basta.

Diversa è la storia di Silvia (vuole che la chiami così). Capelli biondi, lunghi e lisci, occhi azzurri, magra e alta, vestita molto bene. Dal giubbotto s’intravede una collana d’oro con un crocefisso. “Quando sono arrivata qua avevo soltanto trenta rubli in tasca. Un’agenzia di collocamento di Mosca mi aveva procurato un lavoro come colf a Catania”. Silvia doveva fare le pulizie in una casa abitata soltanto da due anziani malati, ma non doveva occuparsi di loro. Il suo stipendio era soltanto di duecento euro al mese, che però non le bastavano per mantenere gli studi di suo figlio all’università di Mosca.
Silvia parla tenendo gli occhi abbassati: “Quando uscivo di casa tanti uomini, anche sposati, mi guardavano e mi facevano i complimenti. Alcuni insistevano per offrirmi da bere al bar o per accompagnarmi a casa”. Ben presto Silvia ha iniziato a prostituirsi. Usciva di casa in tarda serata e si vedeva con i suoi clienti. Certe sere riusciva anche a racimolare fino a cento euro. Con i soldi che guadagnava ha permesso a suo figlio di laurearsi. Dopo di che ha smesso, è andata via da Catania, si è sposata e si è trasferita qui in paese. 

Tre donne, tre storie, tre cammini diversi, ma un unico scopo: cambiare vita, cambiare paese. Nessuna di loro mostra alcuna nostalgia per il proprio paese d’origine. La loro vita ormai è qui e non pensano minimamente di ritornare a casa. Anche se lì hanno parenti e figli.


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