Angelo Niceta, dall’aiuto ai pm al digiuno estremo «Io non sono un pentito. È un’estorsione di Stato»

«Lo Stato viaggia su due binari: uno sano e uno malato. Per colpa di quest’ultimo i tempi si allungano e diventano infiniti. Vogliono che muoia di fame? Va bene, ma allora accadrà per una mia iniziativa e nel clamore della folla». Angelo Niceta insiste con il suo digiuno totale a oltranza, conseguenza dell’isolamento in cui le istituzioni in qualche modo lo hanno relegato, offrendogli protezione – in cambio dei suoi racconti ai magistrati – come collaboratore anziché testimone di giustizia. Un pentito, in sostanza, etichetta che lui rifiuta. Ed è già passata più di una settimana da quando Niceta ha annunciato questa personale forma di protesta. A MeridioNews, che lo incontra personalmente, è apparso in forma, ma a tratti provato. La vista comincia ad abbassarsi, ma lui non cede. «Ho perso ancora peso, sono quasi otto chili sotto, sto male soprattutto la mattina perché mi sveglio già stanco. Di pomeriggio mi riprendo un po’ bevendo acqua», racconta. 

Intanto, però, al contrario dello Stato, lui non ha cambiato idea: non si farà chiamare pentito. Tutto comincia quando Niceta inizia a raccontare ai magistrati dell’impero dei cugini collusi con le famiglie mafiose Guttadauro e Graviano. Da persona informata dei fatti diventa testimone di giustizia e viene mandato in una località segreta. Ma poi la Commissione di protezione gli offre lo status di collaboratore, cioè di pentito. Che Niceta rifiuta, restando senza alcuna protezione. «Il punto è che io non sono un delinquente, non ho pene da scontare e quindi non posso essere quello che non sono – spiega Niceta – Fino a quando non ci saranno delle risposte e delle certezze, io proseguirò. E a quel punto, quando diventerà una cosa grave, si allerteranno tutti i cittadini e sarà un problema soprattutto per coloro che continuano a non rispettare le regole». La sua decisione drastica, intanto, ha sollecitato nei giorni scorsi alcuni cittadini che da tempo seguono la sua vicenda a lanciare una petizione a mezzo social.

Raccolte le firme necessarie, la missione resta soltanto una: consegnarle a questura e prefettura per chiedere che venga garantita una tutela per Niceta e la sua famiglia. «Visto che aveva necessità, perché non si teneva lo status di collaboratore di giustizia e restava fuori (in località segreta, lontano da Palermo, ndr)? Gli davano una casa e pure dei soldi». Questo il commento del questore Renato Cortese, che tuttavia si mostra sensibile all’attuale condizione dell’ex imprenditore. «Non mi aspettavo quella battuta, è grave che a dirla sia un rappresentante dello Stato – dice Niceta – Il questore è una sorta di braccio della prefetta e mi aspetto che si occupi della mia situazione». E proprio la prefetta Antonella De Miro, invece, ha scelto di non ricevere la delegazione di cittadini e neppure Niceta in persona.

Resta nel suo ufficio, mentre le firme e una lettera del suo avvocato, Rosalba Vitale, vengono consegnate all’agente di guardia al cancello di via Cavour: «Sgradevole. Penso che non ci abbia voluti ricevere per evitare di dire qualsiasi cosa e correre il rischio di sbagliare. Un atteggiamento di assoluto distacco». Nei prossimi giorni la prefetta dovrebbe tuttavia contattare l’avvocata Vitale, ma questo non placa la delusione di Niceta. «Dall’unica lettera ricevuta dal ministero dell’Interno so che è la prefettura, avvisata già a marzo dell’anno scorso del mio ritorno in città, che dovrebbe attivare le misure di sicurezza sul luogo, cosa che non è mai avvenuta – chiarisce Niceta – Questa è una mancanza grave». Si attende intanto che venga fissata l’udienza per il ricorso presentato al Tar per conoscere i motivi del cambio di status.

«Conosco testimoni di giustizia a cui l’udienza è stata fissata nel giro di dieci giorni e con esito finale positivo – racconta – Per me i tempi si allungano di continuo, ci sono due pesi e due misure. La cosa grave è che a breve testimonierò in alcuni importanti procedimenti e questo atteggiamento mi sembra orientato a volermi far tornare indietro, come se senza scorta e protezione dovessi avere paura di qualcosa». Niceta, infatti, proprio lo scorso 13 maggio è stato citato dal pm Nino Di Matteo per testimoniare durante il processo trattativa. «È un’estorsione di Stato – conclude amareggiato -. E fino a quando lo Stato non rispetterà le leggi e le regole, io continuerò il mio sciopero della fame. Mi hanno già ammazzato, non posso morire due volte».


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