Ancora sull’Aida di Roberta Torre

di Ivan Scinardo

Un gigantesco specchio obliquo, a riflettere ombre e sagome che si muovono su un pavimento rosso vermiglio. La sensazione è quella di un cristallo rotto con tanti rivoli che richiamano alla mente il cretto di Alberto Burri a Gibellina. Alla base tre fessure, che assomigliano a 3 caverne, permettono agli attori di entrare e uscire dalla scena come una sorta di passaggio nel tempo.

A primo impatto sembra statica la scenografia dell’Aida, dell’eclettico artista napoletano Roberto Crea che ha fortemente desiderato questa installazione che probabilmente rappresenta la suggestione più forte di uno spettacolo che in alcuni tratti si riduce a un gigantesco carrozzone, che non assomiglia neanche alla brutta copia del Cirque du soleil. E’ una scelta coraggiosa, quella della regista milanese Roberta Torre, che ha risposto, con un’Aida personalissima, all’invito del direttore del teatro Biondo di Palermo, il vulcanico Roberto Alajmo, con un progetto che ha tradito le aspettative di chi immaginava contesti diversi dallo stereotipo tradizionale.

Un’Aida fatta a pezzi, ci si ricorda di lei nel finale con le 4 gigantesche lettere che si stagliano sullo specchio. Superba l’interpretazione del perfomer palermitano Ernesto Tomasini, ormai inglese da vent’anni. E’ lui Aida, protagonista al maschile che si incontra e si scontra con Amneris, alias Massimo Vinti. La figura del domatore, Salvatore D’Onofrio, è anche quella di un “Virgilio” che ha il difficile compito di narrare il degrado, la decadenza, e lo fa con l’impeto di un violento frustrato che proprio dalla frusta trae il suo godimento nel difficile dialogo con Amneris, in cui insieme ricordano scene di sesso esplicito.

Le bestie hanno le maschere delle volpi egiziane, ma con membra femminili, sono Silvia Ajelli, Aurora Falcone e Giuditta Jesu. Si muovono sulla scena per quasi tutto lo spettacolo come a volere dare plasticità al testo, volte difficile, di Igor Esposito.

Roberta Torre non riesci a odiarla, non puoi cercare in lei mediazione o compromesso. Ti dice quello che pensa e quasi sempre dalla sua bocca , sarcasmo, disagio e livore verso un mondo che spesso non la comprende in termini artistici. Il suo viaggio controcorrente la spinge a fare anche delle scelte sceniche che forse avrebbe potuto evitare. D’accordo sulla cucitura addosso di Rocco Castrocielo, di un ruolo difficile, ma forse gli spasmi autistici e qualche schizofrenico movimento incontrollato alla lunga danno davvero fastidio.

E a proposito di Rocco, lungo e noioso è il monologo del suo Radamès, impastato di linguaggi popolari in cui domina un dialetto napoletano che si fa fatica a comprendere e purtroppo ad apprezzare. Rocco fuori dal teatro è, nell’immaginario collettivo, quasi l’ombra di Roberta Torre, lui stesso ha dichiarato che “Roberta lavora nel caos” e il caso è il peggiore nemico dell’attore.

Le musiche creano le giuste atmosfere. Il linguaggio di Massimiliano Pace, pianista e compositore del Conservatorio Santa Cecilia di Roma a volte inebria. Il finale è vibrante e avvolge il pubblico con gli attori che scendono dal palco come delle marionette e si perdono nel buio di fondo sala.

Incomprensibile la processione del coccodrillo in spalla con i lumini e il pianto da venerdi santo. Alla fine dello spettacolo riflettendo su immagini e suoni, viene in mente quel saggio divulgativo di due ricercatori, Alberto Sacchi e Paolo Massioni, “Caos ed Entropia”. Loro si chiedono se il volo di una farfalla siciliana scatena l’uragano a Sidney, e se anche la linea del tempo, per lo stesso principio, in qualche remotissimo “orifizio dell’universo” inverte il suo corso e comincia ad andare indietro. Forse la farfalla potrebbe essere Roberta Torre!


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