Amnesty International e l’università di Ragusa

Il nuovissimo ordinamento ha portato notevoli cambiamenti nella nostra facoltà. Oltre ad una distribuzione, più o meno, adeguata dei CFU, sono state introdotte nuove materie più specifiche, soprattutto per coloro i quali si accingono a diventare mediatori linguistici. Tra queste spicca “Legislazione Europea dell’Immigrazione” che, in collaborazione con Amnesty International, si propone di analizzare le tematiche sociologiche e giuridiche sui diritti dei migranti. Strettamente legato a questo insegnamento il “Laboratorio dei Diritti Umani”, finalizzato a far comprendere agli studenti il vero ruolo delle organizzazioni nazionali, internazionali e non governative che per prime si interessano delle problematiche provenienti dagli spostamenti migratori. Inoltre, alla luce della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (10 dicembre 1948), ci si interroga in che modo, e se soprattutto, realmente vengano rispettati. Amnesty International è un’organizzazione non governativa sovranazionale impegnata nella difesa dei diritti umani. Lo scopo di Amnesty International è quello di promuovere, in maniera indipendente e imparziale, il rispetto dei diritti umani, oltre che svolgere ricerche e azioni per prevenire e far cessare gravi abusi dei diritti all’integrità fisica e mentale, alla libertà di coscienza e di espressione.

A tal proposito il 30 marzo 2007, presso la sala Falcone Borsellino di Ragusa Ibla, il prof. Francesco Njagi Kaburu, coordinatore della sezione “Africa orientale” di Amnesty, ha tenuto una conferenza sulla drammatica situazione di quest’area occidentale del Sudan ai confini con il Ciad. In risposta agli attacchi, iniziati nel 2003, dei gruppi ribelli il governo del Sudan ha armato e sostenuto le milizie Janjawid nella regione del Darfur. Dall’inizio del conflitto decine di migliaia di persone sono state uccise, per lo più per mano dei Janjawid e delle forze governative. Nel maggio 2006 il governo sudanese e una delle fazioni ribelli hanno firmato un accordo di pace. Nonostante ciò in quest’ultimo periodo le violenze sono aumentate.

I numerosi scontri tra i gruppi tribali hanno dato vita ad un vero e proprio “conflitto totale”, dove non vi è più differenza tra un civile e un soldato, ma nemmeno tra un soldato e un bambino. I cosiddetti “bambini soldato” vengono armati, solitamente con gli AK-47, fucili leggerissimi che possono essere maneggiati con facilità, muniti di amuleti, che fanno credere loro di essere invincibili, obbligati ad uccidere i propri genitori ed arruolati come veri e propri soldati. La maggior parte di questi soldati bambini ha tra i 15 e i 18 anni, ma numerosi sono quelli di età inferiore (10 – 14 anni) e vi sono testimonianze di reclutamenti di bambini ancora più giovani. I bambini vengono trattati spesso con brutalità e le punizioni per eventuali errori sono molto severe.

Tra i temi affrontati, anche quello delle donne sfruttate e maltrattate dai soldati. Lo stupro, nei confronti di donne e bambine anche di otto anni, è un’arma di guerra usata quotidianamente nel Darfur. Spesso, per umiliare la fazione opposta, i janjawid violentano le donne in pubblico, di fronte ai loro genitori e parenti. Inoltre, la donna viene considerata un contenitore neutro, e quindi priva di patrimonio genetico: rimanere incinta significa portare in grembo il nemico, ma, soprattutto, mettere al mondo un nemico. Ciò causa l’allontanamento immediato della donna dal villaggio che, rifiutata dalla propria famiglia, è costretta a vivere in solitudine tra le foreste.

Ma grandi difficoltà si riscontrano al momento della riabilitazione delle vittime di queste brutalità. Le malattie fisiche non sono l’unica grave conseguenza. Tutti i “bambini soldato” e le donne che hanno subito violenze porteranno nella loro vita ferite psicologiche difficili da rimarginare. L’essere stati testimoni, o l’aver essi stessi commesso atrocità, o aver subito stupri avrà serie conseguenze nella loro esistenza (incubi ricorrenti, incapacità di riadattamento) e nella loro capacità di riadattarsi nella società.  Infatti, come capita per le donne che hanno subito violenze sessuali, anche i bambini soldato non vengono più accettati nei loro villaggi e dalle loro stesse famiglie.

Ogni giorno Amnesty International si batte affinché tutto questo cambi e non ci siano nel mondo donne, uomini e bambini che vivano la loro vita in preda ad un incubo.


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