Alla Feltrinelli Luigi che sempre ti penZa Storie di quando gli stranieri eravamo noi

Qual è la differenza tra i migranti di ieri e di oggi? Nessuna secondo Gigi Borruso, attore, autore e regista palermitano e nessuna secondo Luigi, il protagonista della sua pièce teatrale «Luigi che sempre ti penZa. Cronache di un emigrante»Navarra Editore. Del 2007, ha avuto molta fortuna sia in Italia che all’estero e il prossimo lunedì lo stesso Borruso, alle ore 18, ne reciterà degli estratti alla libreria Feltrinelli di Catania. Reading intitolato proprio «Quando gli stranieri eravamo noi». Attraverso la storia di Luigi, personaggio immaginario, Borruso racconta la storia di quei quasi 60mila siciliani che sono emigrati in Germania negli anni ’60.

Un lavoro che trae il titolo dalla raccolta di lettere di emigranti dello scrittore siciliano Antonio Castelli, il quale era solito concluderle proprio con la frase: Ciao da Luigi che sempre ti penza. Frase di cui il regista palermitano si è innamorato perché emblema dei nostri migranti. Ne deriva che tutto il linguaggio della pièce è rappresentativo della loro condizione. «Un linguaggio composito, a metà tra il burocratico delle lettere e il dialetto popolare che erano abituati ad usare. Era lo sforzo di tradurre i propri sentimenti in una lingua in cui si arrabattavano» afferma Borruso. Una condizione difficile quella che erano costretti a vivere i nostri nonni. «Luigi è un po’ straniero rispetto a tutto».

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Al contempo, però, una situazione che gli ha permesso di guardare il mondo con un’altra prospettiva. «Se per esempio il lavoro in Sicilia era una regalìa del padrone – cosa che purtroppo accade anche oggi a volte – in Germania gli veniva pagato anche lo straordinario. Questa idea di dignità del lavoro era rivoluzionaria e li immetteva nella modernità della coscienza dei propri diritti. Così riuscivano a guardare con occhio critico anche alla propria terra» spiega l’ideatore. Il monologo di Gigi Borruso non è quindi solo malinconia dell’uomo che parte lontano, ma anche speranza nella nuova dimensione. «È proprio questo valore aggiunto dell’essere straniero ciò che esalto».

Nella seconda parte della pièce si passa dagli anni ‘60 dell’emigrazione agli ’80 del ritorno in Sicilia, adesso divenuta anche terra d’immigrazione. Luigi parla con i compaesani e nota con amarezza che poco o nulla è cambiato rispetto a quando lui è partito, ma parla anche con gli immigrati. Persone in cui si riconosce completamente. Alla fine Luigi, un po’ poeticamente fa una sorta di fotografia del nuovo mondo in cui «siamo tutti stranieri, o di dove nasciamo o di dove arriviamo». È però fondamentale capire, come sottolinea Borruso, che la diversità deve essere intesa come opportunità e non con paura. «Oggi si usano nei confronti degli immigrati gli stessi luoghi comuni che si usavano per gli italiani. La cosa fa un po’ impressione. Fa bene, invece, ogni tanto, sentirsi un po’ stranieri perché la diversità accomuna nella conquista di sé», conclude il regista.

Insomma, la condizione di migrante non è mai stata facile e il mondo moderno sta portando sempre più persone a trovarsi in tale condizione. Oggi come ieri siamo tutti stranieri, a volte addirittura rispetto a noi stessi. Forse guardare al passato può aiutarci a migliorare il futuro.

 

[Foto di Olimpio Mazzorana]


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