Acireale, l’arringa dei legali dell’ex sindaco Barbagallo «Dall’accusa falsi sillogismi viziati da ottica poliziesca»

Roberto Barbagallo conoscerà il verdetto di primo grado del processo che lo vede imputato per induzione indebita a dare o promettere utilità, quando mancherà poco al quarto anniversario del blitz Sibilla che lo portò in carcere e poi ai domiciliari. Era il 23 febbraio 2018 – la sentenza è attesa per il 10 febbraio prossimo – quando l’allora sindaco di Acireale venne arrestato dalla guardia di finanza, nell’ambito di un’indagine che coinvolse diversi funzionari comunali e professionisti. Un’inchiesta che gettò una lunga ombra sull’operato della pubblica amministrazione nella città dei cento campanili. Ieri, all’interno dell’aula Serafino Famà, si è tenuta fino a sera l’udienza servita a completare le arringhe difensive.

Tra gli avvocati che hanno preso la parola ci sono stati anche Enzo Mellia e Piero Continella, i legali dell’ex primo cittadino, che era in aula accompagnato dalla moglie. Per Barbagallo è stata chiesta l’assoluzione perché il fatto non sussiste. Una tesi che si scontra con quella del pubblico ministero Fabio Regolo, che in estate ha chiesto invece una condanna a quattro anni, mentre nei confronti di un numero non indifferente di imputati è stata richiesta l’assoluzione.

«Ci si è basati su un falso sillogismo». A sostenerlo davanti alla presidente del tribunale Rosa Recupido è stato l’avvocato Mellia. Il riferimento va alla tesi dell’accusa che ha ricondotto i dialoghi captati nel corso dell’indagine – Barbagallo è stato sotto intercettazione tra agosto e novembre 2017 – all’impegno dell’imputato in favore del deputato regionale Nicola D’Agostino. Suo riferimento politico, D’Agostino all’epoca era impegnato nella campagna elettorale per le Regionali che lo avrebbero visto riconfermare il seggio all’Ars. «M’aggiuva na cosa elettorale» è la frase attorno a cui ruota l’impianto accusatorio: secondo il pm, Barbagallo con quelle parole rivolte al luogotenente dei vigili urbani Nicolò Urso, per il quale è stata chiesta la stessa pena, avrebbe voluto creare le condizioni per indurre due fratelli, ambulanti di professione, a cercarlo. Un contatto che sarebbe servito a veicolare la richiesta di voti, rafforzata dalla possibilità, per i commercianti, di incorrere in grattacapi amministrativi. 

Le condizioni per creare problemi a questi ultimi, secondo il pubblico ministero, sarebbero state cercate inviando il vigile urbano a fare un controllo informale nella postazione in cui gli ambulanti – per loro la richiesta è di condanna a due anni – sono soliti operare. «Ci poi iri ppi n’pocu spagnarici», chiede il primo cittadino. Sul punto gli avvocati di Barbagallo hanno sottolineato come l’intercettazione finita nell’indagine contenga una lunga serie di richieste rivolte a Urso. Tutte inerenti al ruolo del vigile: dalla necessità di fare un controllo nelle vicinanze di una scuola a interventi legati ai dissuasori per il traffico. I legali hanno poi ricordato che il furgone dei due commercianti è risultato in regola, sia sul fronte dell’assicurazione che per quanto concerne la revisione. Nell’intercettazione, infatti, Barbagallo dice a Urso di andare perché il mezzo è privo di assicurazione. Il luogotenente, dal canto suo, l’indomani riferirà al sindaco che a non essere a posto era invece la revisione. Un’affermazione risultata però non veritiera, dopo che i legali hanno provato, durante le precedenti udienze, che la revisione era stata effettuata nel 2017

Uno dei momenti più caldi dell’arringa dell’avvocato Mellia si è avuto quando il legale ha criticato «l’ottica poliziesca» che avrebbe viziato la requisitoria del pubblico ministero. Specialmente nel passaggio in cui viene ripresa la ricostruzione di un finanziere che si è occupato delle indagini, secondo il quale Urso – all’indomani del controllo – avrebbe riferito a Barbagallo di avere suggerito agli ambulanti di andarlo a trovare. «Ora, poi, si si fa sentiri cu tia no sacciu», sarebbe la versione corretta letta in aula dall’avvocato. Un altro elemento di disputa, fin dalle prime battute, riguarda poi la trascrizione di un’intercettazione: l’accusa sostiene che la frase pronunciata in dialetto da una persona vicina ai commercianti sia «bruciare le carte» mentre per la difesa si tratterebbe di «bruciare le tappe».

A prendere la parola in chiusura è stato anche l’avvocato Fabrizio Seminara, difensore di Sebastiano e Salvatore Principato. I due «gemellini» che vendono frutta e verdura nella zona di San Martino e al cui appoggio elettorale Barbagallo avrebbe puntato. Entrambi hanno deciso di sottrarsi all’esame del pubblico ministero, riservando dunque all’arringa del legale le proprie ragioni. La difesa di Seminara si è di fatto allineata sulla lettura dei fatti data dagli avvocati di Barbagallo: per il difensore dei Principato i propri assistiti non avrebbero percepito alcun timore dalla visita del luogotenente Urso. Il legale poi, rivolgendosi alla presidente del tribunale, ha fatto notare che soltanto a dibattimento iniziato l’accusa ha tirato in ballo una presunta occupazione di suolo pubblico maggiore rispetto a quella prevista dalla licenza in possesso degli ambulanti. Un’ipotesi che, oltre a non essere dimostrata dagli atti d’indagine, sarebbe utile soltanto a fare reggere la tesi della soggezione dei privati nei confronti del pubblico ufficiale, una volta appurato che l’assicurazione e la revisione erano regolari. Prima della sentenza, sarà il pubblico ministero Fabio Regolo a intervenire per le repliche.


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