Acireale, la storia infinita del progetto Cable park Da quattro anni è scontro tra il Comune e i privati

In via Pasiano l’aria è irrespirabile. Cumuli di rifiuti bruciano a ridosso dei muretti a secco che formano il budello che dal torrente Platani porta fino allo stadio che quasi trent’anni fa vide giocare Batistuta. Molto prima di arrivare ai piedi della curva dedicata alla memoria del giovane Jacopo Polimeni, un uomo, falce in mano, taglia rovi. «Cable park? Per il laghetto si entra da lì», dice. Non ha torto: ancor prima di avere un nome non semplice, l’invaso, che avrebbe dovuto accogliere le acrobazie con la tavola da wakeboard, sembra soltanto un invaso. Una grande vasca piena di acqua più o meno stagnante, divenuta icona di una vicenda che si muove tra atmosfere da thriller giudiziario e situazioni kafkiane.

La storia di quello che sarebbe dovuto essere un’attrattiva per tutto il Meridione inizia quattro anni fa, ha attraversato due amministrazioni e non sembra destinata a finire a breve. Era la primavera del 2016 quando un gruppo di professionisti e amanti dello sport, dopo avere costituito una società, ottiene un mutuo ipotecario da oltre 700mila euro dal Coni. L’idea è quella di investire in uno sport poco conosciuto ma che, proprio per questo, potrebbe incuriosire, considerando anche che nel 2024 diventerà gioco olimpico. Per riuscirci presentano istanza al Comune di Acireale e comprano – con il benestare del tribunale – uno dei tantissimi terreni sequestrati a Sebastiano Scuto, l’ex padrone di Aligrup accusato di avere fatto fortuna grazie anche al clan Laudani. L’area, circa sette ettari, è a destinazione verde agricolo ma – ritiene la società – considerato che si tratterà di realizzare un invaso, più qualche opera accessoria, va più che bene. Dagli uffici comunali la pensano diversamente e, quasi subito, danno l’indicazione di ottenere una variante urbanistica.

La richiesta dà il via a un iter che dovrebbe concludersi in consiglio comunale, ma che si fermerà molto prima. A dare il nulla osta sono la Soprintendenza, il Genio civile e l’Asp, mentre sorge la necessità di sottoporre l’intero progetto alla commissione tecnica dell’assessorato al Territorio per stabilire se ci sia bisogno o meno di valutare l’impatto ambientale dell’opera. La risposta è negativa e, seppure in maniera informale la si conosce da mesi, viene ufficializzata soltanto a novembre 2017. Pochi giorni dopo la conclusione delle elezioni regionali che riconfermeranno all’Ars la presenza di due deputati acesi. Prima di quel momento, però, accade qualcosa di importante. Più di un fulmine a ciel sereno: il 18 luglio 2017 nell’area destinata al Cable park arrivano i vigili urbani e informano le persone presenti dell’imminente stop ai lavori. A gennaio, infatti, la società, dopo avere presentato una comunicazione di inizio lavori asseverata (Cila), aveva avviato parte delle opere tra cui l’edificazione di due strutture in legno prefabbricate. Il tutto sulla scia di un comma del testo unico dell’edilizia che in Sicilia era stato recepito l’anno precedente, grazie anche al contributo come consulente dell’ingegnere Gianfranco Caudullo. Il progettista del Cable park

L’ordinanza di sospensione dei lavori è soltanto il primo granello che inceppa l’ingranaggio. Nel giro di poco tempo, infatti, il cantiere viene posto sotto sequestro dai vigili urbani con l’accusa di abuso edilizio. I sigilli – poi tolti a fine novembre – fanno finire la vicenda in procura dove rimane fino all’estate 2019, quando il gip accoglie la richiesta di archiviazione per l’amministratrice della Wakesurfcenter e per lo stesso Caudullo. L’accusa di abuso edilizio sul piano penale non regge. A esplicitarlo nella sua richiesta – poi accolta dal gip – è la pm Agata Santonocito. Sul piano amministrativo, invece, le cose vanno diversamente: il Comune resta convinto che l’«insieme sistematico degli interventi edilizi» sia stato fatto «in violazione delle prescrizioni dello strumento urbanistico». Succede così che anche la procedura allo sportello unico per le attività produttive si ferma, in seguito a una serie di pareri negativi al progetto. Manco a dirlo, anche in questo caso, si finisce nelle aule dei tribunali.

Pochi giorni prima del capodanno 2019, il Tar di Catania accoglie in parte il ricorso della Wakesurfcenter, dichiarando che le opere realizzate avrebbero necessitato di una concessione edilizia ma, al contempo, che «l’archiviazione del procedimento di approvazione della variante urbanistica conseguente alla realizzazione di abusi edilizi produce effetti palesemente sproporzionati sul legittimo conseguimento della realizzazione del progetto». In altre parole, abusi a parte – per i quali la società ha fatto ricorso al Cga – l’iter sarebbe dovuto continuare con l’intento di trovare una soluzione nell’interesse di tutti. E, in effetti, la conferenza di servizi riparte a febbraio 2019. Ma in quei giorni accade anche qualcos’altro: l’ufficio tecnico del Comune di Acireale, sulla base dell’assunto che nel terreno ci siano opere abusive, registra i sette ettari di terreno al patrimonio disponibile del Comune. La società lo scopre soltanto ad aprile. Il tempo di trasformare lo stupore in amarezza e, a maggio 2019, la partita al Suap si chiude: il progetto è bocciato.

Nell’ultimo anno e mezzo, l’intricata storia del Cable park è rimbalzata sui social, registrando anche polemiche a mezzo video tra i vertici dell’amministrazione comunale acese e l’assessore regionale al Turismo Manlio Messina. Che, nei giorni scorsi, ha accusato il Comune di Acireale di avere rifiutato di partecipare a una conferenza di servizi convocata nel tentativo di risolvere la questione. Una versione che è stata smentita dal sindaco Stefano Alì. Da parte dell’ente locale una possibilità per sbloccare la partita ci sarebbe e passerebbe da una formula precisa: l’accertamento di conformità. Ovvero una procedura per cui, verificato l’abuso, viene rilasciato un permesso in sanatoria pagando una multa. L’ipotesi fin qui è stata categoricamente rifiutata dalla società. Non solo perché convinta di non avere commesso alcun illecito, ma anche perché la norma – contenuta nell’articolo 36 del tecnico unico dell’edilizia – prevede che, trascorsi sessanta giorni dalla richiesta, il silenzio dell’amministrazione equivarrebbe a un diniego. «Per noi è una condizione irricevibile – dichiara a MeridioNews Gianfranco Caudullo – L’articolo 36 è una sorta di patteggiamento, sostanzialmente diremmo di essere colpevoli e correremmo il rischio di fare scattare il silenzio diniego che in questo caso porterebbe il Comune a ritrovarsi legittimo proprietario del nostro terreno, senza contare la possibilità per il sottoscritto di ritrovarsi nuovamente indagato in quanto reo confesso».

In attesa di scoprire cosa deciderà il Consiglio di giustizia amministrativa, ad Acireale e non solo sono in molti a chiedersi cosa realmente non sia andato. Se quella del Cable park sia da leggere come un’ingarbugliata ma normale vicenda da decodificare con codici alla mano o se, invece, ci siano altre chiavi di lettura. Non detti e possibili interessi di terzi a liberare l’area destinata al parco acquatico. In quest’ultimo scenario, tutto da dimostrare e in parte descritto in alcune denunce da qualche tempo in mano alla guardia di finanza, troverebbero spazio cattivi suggeritori, potenziali tranelli, pressioni a vario livello. E una coincidenza: l’area dove dovrebbe sorgere il Cable park è stata tra quelle papabili per la localizzazione del depuratore. Opera fondamentale per l’intero comprensorio, ma che nessuno vorrebbe ritrovarsi vicino. 

Riceviamo e pubblichiamo dalla società Wakesurfcenter:
ll Tar ha detto chiaramente che non si può interrompere una procedura di variante (semplificata nel nostro caso) per la presenza di opere abusive, peggio ancora se “ipotizzate abusive”. Sarebbe come interrompere un procedimento autorizzativo per un PRG, solo perché un residente ha realizzato una veranda abusiva. Sfidiamo a trovare un solo comune, sui 390 siciliani, che non abbia un abuso.
Il Tar ha affermato chiaramente che ogni singolo abuso ha la sua specifica sanzione, che può essere una rettifica fisica, una sanzione pecuniaria, anche la demolizione, l’accertamento di conformità ecc. Inoltre, il Tar e il Gip hanno entrambi specificato che la conformità alla normativa degli interventi effettuati debba essere svolta con riguardo ai singoli interventi e non, come ritenuto dall’amministrazione comunale, in modo globale. Cioè non puoi indicare l’abuso come “insieme sistematico di opere…” come ha fatto l’Ufficio Tecnico del Comune di Acireale. L’ingegnere Giudice sostiene che deve rispettare la sentenza del Tar, allora la rispetti e revochi l’ingiunzione alla demolizione con la frase “insieme sistematico” e la riemani, anche il giorno stesso, “con riguardo ai singoli interventi”. Questo comporterebbe la restituzione dei terreni alla Società e la riapertura dei tempi per provvedere alla regolarizzazione delle opere, ovvero 60 giorni per demolire o presentare un accertamento di conformità (che a questo punto la società è disposta a presentare) e 90 giorni per verbalizzare l’ottemperanza e, infine, in caso di inottemperanza riacquisire i terreni. La Società non poteva ovviamente ottemperare ad “un insieme sistematico di abusi”, lo ha detto il TAR (che ha obbligato il comune a riaprire un procedimento bocciato) e archiviato e lo ha ripetuto la Procura. La Società Wakesurfcenter è ragionevolmente sicura che lo ripeterà per la terza volta il Consiglio di giustizia amministrativa (Cga) il 17 dicembre a Palermo.

Riceviamo e pubblichiamo dall’ufficio stampa del Comune di Acireale:

Abbiamo ascoltato con attenzione le parole pronunciate
dall’assessore regionale al Turismo, Manlio Messina, in
relazione alla vicenda “Cable Park” e non riteniamo che il
medesimo abbia inteso smentirci, tenuto conto che mai questa
Amministrazione ha affermato che lui stesso abbia convocato
una conferenza di servizi, per il semplice fatto che, secondo
quelle che sono le cognizioni in nostro possesso (ma potremmo
pure sbagliarci), lui non avrebbe titolo a farlo, non essendo il
soggetto decisore. Piuttosto, come è noto e testimoniato dalla
nota ufficiale del 28 luglio scorso, a firma dello stesso assessore
Messina, abbiamo raccolto un invito a discutere della vicenda
e a riguardo abbiamo chiesto che ciò avvenisse in maniera
separata rispetto alla ditta richiedente. Per questa ragione, si
era convenuto, al termine dell’incontro, di aggiornarci ad una
successiva riunione congiunta, che mai avrebbe avuto la
“dignità” di conferenza dei servizi, non appena l’assessore
Messina, avrebbe trovato una sintesi tra le due posizioni
ascoltate in momenti differenti. Noi rappresentiamo un ente
pubblico e non possiamo lasciarci condizionare da suggestioni
di sorta, meno che mai quando queste provengano da
sollecitazioni che possano condurre, anche lontanamente,
verso violazioni di legge. Né ci appassiona la corsa a rilasciare

patenti di “imprenditori per bene e hanno a cuore la Sicilia”,
per il semplice fatto che, in linea di principio e sino a prova
contraria, tutti coloro con i quali interloquiamo sono persone
per bene, dal più umile cittadino alla azienda più altisonante.
Sotto questo aspetto, ci corre l’obbligo di ribadire che l’azione
di questo Comune, tanto sul caso relativo al “Cable Park” che
altri analoghi e di ogni genere, non potrà che viaggiare sui
binari della legalità e della scrupolosa osservazione delle
norme in vigore. Chi dovesse discostarsi da tale principio se ne
assumerebbe le responsabilità. Il resto, per quanto ci riguarda,
appartiene al patrimonio immateriale delle chiacchiere e non ci
riferiamo, ovviamente, all’assessore Messina, ma a quanti,
seppur in numero irrilevante, ritengono che si possa dirimere
la questione sui “social” piuttosto che affrontarle e produrre
idonee documentazioni nelle sedi competenti, in linea con
quanto viene richiesto, anche dal punto di vista dei tempi
imposti. E in questo momento, come è noto, l’organismo
deputato a definire la vicenda è la magistratura
amministrativa, nella fattispecie il Consiglio di giustizia
amministrativa (Cga). Non rientra, quindi, nella sfera
decisionale di altri soggetti, né – tantomeno – l’assessore
regionale al Turismo, il quale non merita certamente di essere
strumentalizzato per avere espresso alcuni concetti in maniera
non sufficientemente chiara in un contesto, quello dei “social”,
che non si addice di certo ad un ruolo istituzionale,
allorquando si affronta una questione che è materia
esclusivamente della magistratura.


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