Abbattuta palazzina in via Ruggero Settimo «Spazzata via, ma il terremoto non c’entra»

A meno di un mese dal sequestro del cantiere, è stata abbattuta la palazzina di inizi ‘900 in via Ruggero Settimo. Qui l’imprenditore Oreste Virlinzi vuole costruire un palazzone di 21 metri usando il piano casa, ma l’area fino a pochi anni fa era sottoposta a vincolo paesaggistico dalla Sovrintendenza ai beni culturali. Per questo e per ragioni di sicurezza i residenti hanno presentato un esposto. Rimosso ogni ostacolo, è stato possibile procedere all’abbattimento del palazzotto. Barbara, una giovane residente del quartiere, ha visto alcuni degli anni migliori dello stabile e ha assistito anche al suo abbattimento e ha deciso di condividere il racconto con CTzen.

 

Abitare in via Ruggero Settimo e non avere garage. Significa essere cresciuti con la mamma che ti veniva a prendere a scuola e la prima cosa che avevate da dirvi era «madonnina, facci trovare un posto grande e grosso sotto casa». Immaginate cosa succede nel momento in cui su un lato della strada campeggiano le strisce blu e un intero isolato sull’altro lato viene recintato per mesi. Immaginate cos’è successo oggi, quando la via è stata chiusa al traffico e i residenti sono stati obbligati a rimuovere le loro auto. Immaginate che asfissia apocalittica, se alla caligine di agosto si sommasse il nuvolone di un cantiere. Immaginate dove finirebbe la luna, la sera, se a una strada così stretta si imponesse un grattacielo.

La palazzina che hanno demolito era bella, di quella bellezza discreta che devi solo valorizzare un po’. Mi dispiace avere avuto la batteria del telefono scarica, in questi giorni, quando – alzando gli occhi, su un angolino di cielo -, ho visto stucchi garbati in mezzo a una volta sventrata. Chissà, anche in questo caso sarebbe sbucato qualcuno con il casco giallo a richiamarmi perché «non si fanno foto»: come è successo venerdì scorso, nel giorno del dissequestro del cantiere. Ritornavo da una scuola, dovevo parlare di legalità con i ragazzini di una scuola media e – mentre provavo a farlo – un piccione ha depositato i suoi bisogni sulla mia testa. Arrivata davanti alla ruspa, per completare l’opera (e comprendere la protesta del piccione), sono stata investita da una nuvola di polvere e acqua che dovevo necessariamente immortalare prima di trasformarmi in statua di gesso. Avrei quindi potuto rispondere male, a quel qualcuno con il casco giallo, e scapparmene sotto la doccia (mi sono limitata a fare notare che sarei anche una cittadina).

Ad ogni modo, la foto l’ho fatta. Sullo sfondo c’è la bilancia del Palazzo di Giustizia, quella che da bambina mi diceva che la legge è uguale per tutti e oggi mi dice Robert Brezsny. Un’amica spagnola ha commentato l’immagine esternandomi la sua «solidarietà a tutte le vittime e ai feriti». E così devi pure spiegare che a Catania non c’è bisogno del terremoto. Che due piani di parcheggio sotterraneo rischiano di farci crollare senza alcuna scossa. Che da queste parti i vincoli paesaggistici possono avere delle scadenze strategiche. Che i sequestri delle costruzioni abusive arrivano dopo che si è cominciato a demolire, e la sicurezza diventa il pretesto per completare le demolizioni.

La mia infanzia è anche quel mitico Levi’s Store che negli anni ’90 ti dava l’illusione di vivere in una città figa. Quello con la porta di legno blu e l’insegna della signorina che ti faceva vedere che sederino perfetto, con quei jeans. Spesso lo vedevi affollato, nel deserto di via Ruggero Settimo. Negli ultimi anni – ormai non saprei dire quanti – era solo una finestra impolverata che denunciava l’abbandono di un intero palazzo. Ogni tanto ho avuto la tentazione di fotografare le sterpaglie che sbucavano da quell’edificio ad angolo con via Pisa. Ne sarebbe venuto fuori uno scatto discretamente tetro. Peccato non averlo fatto prima, perché oggi, davanti alla porta del Levi’s Store, c’è solo un muro che ti lascia intuire quante macerie abbiano seppellito la signorina con i jeans Levi’s. Messa da parte la rabbia, ripenso alla poesia di Pasolini in cui, alla fine, resta solo una scavatrice che piange…

 

Testo e foto di Barbara Distefano


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