Omicidio Fragalà, continua controesame Ferrara  «Da zingari a terrorismo di destra, piste sfumate»

«Andate a controllare le telecamere, io ero lì sotto». Francesco Arcuri lo avrebbe detto chiaramente agli investigatori, è sicuro di essersi trovato, tre anni prima di quel colloquio, nel 2010, in quel punto preciso: in via Guerrazzi. L’uomo è oggi sotto processo insieme ad altri cinque imputati con l’accusa di aver preso parte all’aggressione contro l’avvocato Enzo Fragalà, morto in ospedale dopo tre giorni di agonia. «Rimasi subito colpito da questa frase, come faceva a ricordarsi con tanta sicurezza dove si trovava tre anni prima?», spiega il maggiore Ferrara, ascoltato oggi in udienza. «È così che abbiamo saputo dell’esistenza dell’impianto di videosorveglianza in quella zona e poi abbiamo acquisito i dati dalla Mobile». Coincise tutto, secondo il maggiore, che ha ricostruito passo passo gli spostamenti di Arcuri e degli altri presunti responsabili, sulla base del traffico telefonico e delle celle agganciate il 23 febbraio 2010.

Le zone prese in esame sono anche quella di piazza principe di Camporeale e via dei Cipressi, distanti dal luogo dell’agguato intorno ai mille metri, in linea d’aria. «Per noi non era rilevante la distanza in sé con questi punti, ma appurare col gestore telefonico se quelle celle coprivano o meno anche il luogo dell’aggressione. E il gestore ce lo confermò», spiega il maggiore Ferrara. Arcuri viene monitorato a partire dalle 10.28 di quel giorno, orario in cui riceve un sms, a cui ne seguiranno degli altri, che attiva il traffico telefonico su una delle due utenze a suo nome. I suoi spostamenti, dalla via dei Cipressi alla via Guerrazzi a bordo di un Sh azzurro, fino, di sera, a piazza principe di Camporeale corrispondono a quelli documentati e trasmessi dalla Mobile. «Esce dalla fiaschetteria alle 20:29 e andare a piedi verso piazza Zisa. Dalle 19.58 alle 20.45, quando riceve una telefonata di circa sette minuti, il suo telefono non dà segnali di riposition».

Gli avvocati difensori, intanto, spingono sulle altre piste. Quante e quali sono state vagliate e battute, all’epoca del delitto? «Tutte – chiarisce il maggiore -. Abbiamo accertato a quali processi stava lavorando e se seguiva clienti che stavano collaborando con la giustizia». Si cerca da subito, insomma, di capire la ragione di quella nomea affibbiata a Fragalà, quell’essere «l’avvocato sbirro», all’interno del suo ambiente. Soprannome che la figlia Marzia apprende direttamente da uno dei clienti di suo padre, Onofrio Prestigiacomo, che glielo rivela durante un colloquio al Pagliarelli. Nessuno verifica, però, le dichiarazioni del detenuto, scavando più a fondo. «Sono state seguite piste che riconducevano al mondo degli zingari e al terrorismo di destra, poi chiuse perché non hanno portato nessun riscontro – continua Ferrara -. Anche la pista di clienti scontenti, ma le intercettazioni hanno dato esito negativo. E poi quella legata alla sua attività politica, ma anche in questo caso non è emerso nessun elemento utile».


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