Scuola Falcone, più controlli o meno cancelli? Borsellino: «Hanno fatto memoria anche loro»

«No, io non ho pensato all’eventualità di aggiungere cancelli, di aumentare i controlli, di mettere un agente di guardia davanti alla scuola. No. Io ho pensato che hanno fatto anche loro memoria di questo 19 luglio». Rita Borsellino, sorella del magistrato ucciso nella strage di via D’Amelio, ha le idee molto chiare su quello che è accaduto la settimana scorsa alla scuola Falcone di via Pensabene, allo Zen. E a chi, all’indomani dell’atto vandalico, dichiarava con toni allarmistici che sarebbero servite di nuovo le automobili della vigilanza per scongiurare altri episodi simili, non la manda a dire. «Diciamo intanto che è stata una ragazzata, che non è un diminuitivo ma anzi un’aggravante, perché significa che ancora a Palermo ci sono ragazzi che pensano di potersi e doversi esprimere con questo linguaggio di violenza e provocazione». Un linguaggio col quale bisogna fare i conti e non attraverso più videocamere di sorveglianza, che servirebbero solo a instaurare un clima di repressione.

«Perché hanno scelto questa data? Perché hanno scelto questi strumenti? Perché hanno usato la testa di Falcone come un ariete e non hanno usato una pietra per sfondare i vetri? – domanda – Hanno fatto memoria anche loro e lo hanno fatto con il loro linguaggio, probabilmente ci vogliono dire qualcosa. Ora sta a noi capire cosa hanno voluto dirci e perché ce lo hanno detto in questo modo». La risposta, secondo la donna, non può trovarsi nell’erigere una cancellata o nell’alzare un muro più alto per salvaguardare la scuola dagli attacchi. «La scuola è dei ragazzi, è del quartiere, è l’unico presidio, l’unica presenza positiva dello Stato e delle istituzioni in quel luogo, e se i ragazzi lo attaccano vuol dire che ci stanno dicendo qualcosa». Invita quindi ad aprire le porte, non a sprangarle. «Ragazzi la scuola è a vostra disposizione, noi la teniamo qua per questo, non c’è bisogno di usare la violenza per accedere a questo bene, spingete la porta ed entrate e poi parliamo, se volte parlare, diteci se volete dirci, proviamo a capirci. Proviamo a parlare un linguaggio comune».

E sa quello che dice, Rita. Lei la scuola Falcone la conosce da tempo, da molto prima del busto decapitato e della carcassa di uccello nel cortile che hanno allarmato una città intera. «Nel ‘92 in questo stesso istituto c’era un preside che aveva aperto la scuola e coinvolto genitori e nonni – ricorda – Lui per prima cosa aveva tolto i cancelli e nessuno vandalizzava la scuola. Ed eravamo nel ‘92-‘93, non 25 anni dopo, significherà qualcosa? Recepiamo questo messaggio o facciamo finta di non capire e mandiamo un poliziotto in più o una telecamera in più?». Palermo il suo cambiamento ora lo deve vivere in questo modo: cercando di «capire il linguaggio dell’altro». La città ormai da anni si confronta quotidianamente con persone di provenienza e cultura differente, ma con le quali è riuscita a capirsi perfettamente. «Proviamo ora a capire anche questi nostri ragazzi, che abbiamo messo ai margini colpevolizzandoli di quelle che erano le nostre colpe, facendogli vivere le conseguenze delle nostre colpe, delle nostre omissioni, delle nostre mancanze – conclude – Penso sia il passo successivo per rendere questa città normale ed è la cosa più bella che possiamo fare».


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