Pineta degli Iblei, «perdita immensa e scene da film» Dai vitellini carbonizzati al caffè offerto ai soccorritori

«Scene del genere le avevamo viste solo nei film. Ce ne erano stati incendi grossi in passato, ma niente in confronto a questo». Ad oltre 24 ore da quando tutto è iniziato, i chiaramontani sono sotto choc. Non c’è molta voglia di parlare, non c’è neanche molto da dire. La stanchezza e il ricordo di una notte insonne e di terrore si manifestano sul volto, le occhiaie incupiscono gli sguardi, qualcuno ha le mani nere di fuliggine, qualcun altro sospira e pensa a come sia potuto accadere. La pineta che circondava il comune montano era una perla, una bellissima oasi di pace verde e rigogliosa. Alcuni costoni sono stati risparmiati dalla furia del fuoco, ma la maggior parte è stata divorata e chissà quanti anni ci vorranno perché torni come prima.

Nel rogo divampato a partire da venerdì mattina sono andate distrutte tre masserie e una casa, impossibile stabilire quanti animali siano morti, e più di 150 ettari di bosco sono andati in fumo. Salvatore Cascone, titolare di un’azienda zootecnica, non si dà pace: «Vedere morire dei vitellini senza poter fare niente è stato straziante, e abbiamo perso anche 500 forme di formaggio ragusano dop».

Solo stamattina, dopo 40 ore di lavoro e l’impiego di tutte le squadre disponibili del comando provinciale e di quattro Canadair, l’incendio è stato domato. I presidi dei vigili del fuoco sono stati chiusi, ne è rimasto solo uno attivo a tutela di un’azienda zootecnica sulla strada provinciale Chiaramonte-Giarratana.

Nei prossimi giorni sarà chiesto lo stato di calamità naturale, ma si è temuto uno scenario ancora peggiore quando le lingue di fuoco hanno lambito il cimitero; di fronte, infatti, c’è un deposito di bombole di gpl e qualche mano divina deve aver deviato il cammino delle fiamme mentre già in molti temevano una devastante esplosione da un momento all’altro. 

Quando al bar entra un soccorritore da dietro il bancone arriva un sorriso: «Glielo offro io questo caffè». Del resto, in questa piccola comunità montana ci si conosce quasi tutti e mentre i canadair rombano incessantemente a pochi metri dalle teste, ci si stringe per superare insieme quello che è forse il momento più difficile mai vissuto a memoria d’uomo.

«Per un chiaramontano è una perdita immensa – racconta, scosso ed incredulo, Sebastiano D’Angelo, patron del premio Ragusani nel Mondo – e la mia reazione è stata quella di voler affrontare subito la paura. Già questa mattina sono voluto andare a vedere di persona quello che era successo e quanto rimaneva. Mi sono ritrovato davanti un muro di fuoco, ma il bisogno di rivedere ancora una volta quei luoghi del cuore tanto cari era davvero forte, una necessità impellente. Sarà difficile abituarsi a questo nuovo scenario desolante tutte le mattine». 

Quando la situazione è finita fuori controllo, più o meno dopo le 20.30, Sebastiano era a cena con alcuni amici. «Doveva essere un momento di festa, e per un po’ mi sono sforzato di non preoccuparmi. Ad un certo punto, però, è apparso chiaro a tutti che si stava consumando un dramma molto più grande di noi e che noi stessi eravamo in pericolo. È devastante».


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