Reportage - Gli incidenti in cantiere sono diventati una routine. Ma dopo il clamore si torna alla normalità. Almeno fino alla prossima morte bianca. Abbiamo parlato con i compagni di due vittime siciliane. Per raccogliere la loro rabbia e la loro rassegnazione
Morire di lavoro in Sicilia
“Il sangue usciva dalla ferita, è morto dissanguato. Un terribile incidente”. Le parole di Salvatore Siracusa, segretario della FILLEA (Federazione italiana lavoratori legno edili e affini), suonano tristi, disperate, in netto contrasto con questa bella giornata di marzo. Fa molto caldo in macchina mentre ci dirigiamo verso l’ospedale Cannizzaro, dove il cantiere Puglisi-Bucisca è attualmente impegnato nella costruzione di un parcheggio. I finestrini della Micra del signor Siracusa sono aperti nella speranza di far entrare un po’ d’aria. Mentre procede nel traffico di Catania mi racconta dell’ultimo tragico incidente, avvenuto l’otto gennaio scorso a Fiumefreddo di Sicilia. Filippo Pulejo, 40 anni, è precipitato giù da un ponte tranciandosi l’arteria omerale contro la lamiera. Non c’è stato niente da fare: è morto mentre i suoi colleghi di lavoro lo portavano al pronto soccorso.
All’ospedale Cannizzaro ci aspetta Francesco Papale, rappresentante sindacale, amico di Filippo. Il cantiere è enorme, i ponteggi sono di un rosso acceso, una sgargiante ragnatela che circonda un edificio completo solo in parte. Ci sono scavatori, furgoni, camion, attrezzi di lavoro, operai che sospesi a un’altezza vertiginosa di circa venticinque metri con gli elmetti gialli e i giubbini catarifrangenti che riflettono la luce del sole, al punto che sono costretta ad abbassare gli occhi. Francesco, 45 anni, fa questo lavoro da molto tempo e ha visto molti compagni farsi male o morire. “Filippo era davvero un gran lavoratore, un uomo molto simpatico e sempre disponibile. Ha lasciato la moglie di 35 anni e due figli di 18 e 16 anni. La vedova percepisce solo una pensione minima. Quando è morto era una giornata bella come questa, era un primo pomeriggio. Si è rotta una tavola nel ponteggio e Filippo è caduto giù, facendosi un taglio proprio sotto l’ascella”.
Risaliamo in macchina. Fa già molto caldo, ma adesso peggiorerà di sicuro. Siamo diretti verso Lentini, al cantiere stradale Pizzarotti sull’autostrada Catania-Siracusa, dove il 19 febbraio scorso è morto Gaspare Maganuco. Durante il tragitto si fa il punto su come gli incidenti sul lavoro siano aumentati negli ultimi anni. Circa due vittime al giorno. Dalla strada si comincia a vedere l’enorme cantiere, con tutti i mezzi posteggiati davanti, si intravedono alcuni operai che scavano delle buche. Il signor Siracusa mi accompagna a vedere da dove è caduto Gaspare. “Stavano costruendo una galleria artificiale, lui era sul cassero (una struttura di ferro che serve a fare la forma della galleria, ndr), lo stava cospargendo con una sostanza oleosa per farlo poi staccare dal cemento. Mentre faceva questa operazione è scivolato e si è trafitto con dei ferri che sporgevano sotto al cassero”.
Incontriamo gli operai durante la pausa pranzo, davanti alla mensa e vicino agli alloggi. Sembra di essere entrati in un labirinto di bungalow. La luce del sole è accecante e si riflette come uno specchio sulle casette bianche, il pavimento è fatto di ghiaia e terriccio. Si sentono voci e risate. Parliamo con Daniele Lo Castro, “scavatorista”, vestito da lavoro con il giubbino arancione fosforescente. “La tutela del lavoro esiste, ma in pratica non viene applicata in modo corretto. Le ore di lavoro in più, la fretta di completare, sono tutte cose che fanno perdere la lucidità. E noi siamo precari, cerchiamo di tenerci caro il nostro lavoro”. Anche altri uomini si sono avvicinati. Alcuni conoscevano Gaspare e la sua famiglia. Uno di loro ci dice a voce bassa: “era un bravo ragazzo. Lavorava tanto, si impegnava. Gaspare era di Gela, lavorava per l’IGC (Impresa Generale Costruzioni), in subappalto per la Pizzarotti. Dormiva negli alloggi. È scivolato dal cassero ma se avesse avuto la giusta attrezzatura non sarebbe morto”. Con un mezzo sorriso aggiunge: “Però, signorina, non le dico come mi chiamo, perché non si sa mai…”.
Secondo le percentuali dell’INAIL (Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) dal 2005 al 2006 gli incidenti sul lavoro sono aumentati quasi del 10% qui a Catania; nel nord Italia i dati si aggirano intorno all’8%. Almeno quelli ufficiali relativi ai casi denunciati.
Molti non vogliono dire nulla, neanche il proprio nome. Ascoltano in silenzio. Un ragazzo alto e molto giovane si avvicina per far sentire la sua versione. “La sicurezza c’è, Gaspare aveva tutta l’attrezzatura giusta. Il suo è stato solo un incidente. Ci sono sempre controlli”. Ma non tutti la pensano allo stesso modo: “I controlli mancano, altro che sicurezza” – ribatte un altro. “Gli orari di lavoro sono dalle sette a mezzogiorno e dall’una alle quattro, ma può capitare che per finire prima lavoriamo anche di notte”. A fine pausa tutti gli operai si disperdono, vanno a prendere il caffé. Ne approfittiamo per fare un giro dentro gli alloggi privati.
Con il signor Siracusa entriamo in uno dei numerosi bungalow. Bussiamo. Ad aprire la porta cigolante è un uomo di mezza età, con gli occhiali. Incuriosito e un po’ insospettito, ci fa entrare. Gli alloggi sono piccolissimi, c’è a malapena lo spazio per un lettino singolo e un armadietto. Il bagno poi è ancora più piccolo, soffocante, senza finestre; è quasi impossibile entrare in due. Sul muro beige della stanza da letto spicca in rosso “Manuela ti amo”, frase scritta da qualche giovane operaio lontano da casa. L’occupante della camera è rimasto muto tutto il tempo. Lo rignraziamo e ci allontaniamo, diretti verso la macchina. Un uomo piuttosto anziano mi ferma. “U travagghiu è pisanti – mi dice – c’iù diciti o guvennu cà ni duna a pinsioni. N’aia vistu assai pureddi moriri”.