Lo strano equilibrio del Pigneto

Sono sceso giù, dopo le sfiancanti quattro rampe di scale, per consumare la solita bibita in giro, al Pigneto. Il sabato, nel piccolo quartiere dietro Porta Maggiore dove vivo da quasi due anni, c’è sempre una certa verve. I negozi sono circondati, i locali cominciano la maratona del fine settimana, le pizzerie “a portar via” stracolme. E poi, certo, c’è quella confusione data da una mistura stranissima, ma reale: indiani, nord africani, egiziani, senegalesi che frequentano gli stessi posti degli artisti da strada, dei radical chic con la puzza sotto al naso, dei piccoli imprenditori progressisti, dei fotografi, degli anziani di borgata, degli studenti, dei matti di quartiere. Ed è un equilibrio che spesso è fragile, che qualche volta si tramuta in parapiglia linguistici. Che spesso diviene caos, bollore, toni che s’alzano. Ma che, al Pigneto, è più equilibrio che in altre parti della Roma popolare. Ne parlavo proprio di recente con Amedeo – romanizzazione quasi comica di Ahmed fatta dalla gente del posto – che insieme a Mustafà, è proprietario di un “kebabbaro” che dà sull’isola pedonale di via del Pigneto. «Ehi Riccà (Amedeo è egiziano ma sfoggia uno spiazzante accento romano), te piace il Pigneto, ve?». «Io so tutto di quello che succede da lì a lì – aggiunge Mustafà – perché è come un paese questo posto».

Sono gli occhi di Amedeo e Mustafà, i primi che vado a cercare dopo aver visto la caciara di via Ascoli Piceno. Loro erano occupati come sempre nel loro lavoro instancabile, ma in più stavolta, s’erano presi la responsabilità di rifugio. Eh sì, perché dopo che l’improbabile squadrone neo-fascista era giunto da queste parti con bastoni e passamontagna, la gente – studenti, una giornalista dell’AGI, diversi extracomunitari, i clienti del parrucchiere alla moda, quelli della drogheria, bambini dal colore della pelle olivastro (sì, ci sono anche diversi peruviani, al Pigneto) – ha subito cercato riparo da loro.

Giorni fa in tram, mi ritrovavo a dover correre a casa per stendere il bucato dopo giorni di tempaccio. Sceso giù, ho intrapreso una specie di gara con quattro musulmani in tenuta che erano in ritardo per le preghiere del venerdì in moschea. E’ stato divertente: tutti e cinque nella medesima strada, affannati, accaldati, che rischiavamo brutti quarto d’ora (loro alle prese con il loro Imam, io con i miei panni bagnati fradici). Ed è stato un paio di settimane fa che i romanisti del Bangladesh hanno litigato con gli intersti algerini nella terrazza di Nabil, bar dove spesso guardo la serie A, la domenica sera. Gli occhi di Mustafà e di Amedeo erano sereni di fronte alle mie domande: «Ma nulla, erano solo dei frustrati» mi fa Mustafà.

Ed allora è meglio così. Voglio dire, è meglio che lo strano popolo del Pigneto non si faccia prendere dalla paura della xenofobia di ritorno, brutta parola masticata moltissimo durante il corteo spontaneo organizzato dai centri sociali ad un’ora dal pestaggio fascista. E’ meglio, sì, per non alterare quello strano equilibrio che c’è quì. Fragile da morire, ma comunque un equilibrio.


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