Per molti giovani siciliani il momento della laurea coincide ancora con una domanda: restare o partire? Si studia in Sicilia, si acquisiscono competenze e conoscenze ma, quando arriva il momento di entrare davvero nel mondo del lavoro, lo sguardo si sposta spesso verso Milano, Roma, Bologna o l’estero. Dietro questa scelta ci sono ragioni economiche […]
Il ponte che manca tra università e lavoro: gli strumenti necessari
Per molti giovani siciliani il momento della laurea coincide ancora con una domanda: restare o partire? Si studia in Sicilia, si acquisiscono competenze e conoscenze ma, quando arriva il momento di entrare davvero nel mondo del lavoro, lo sguardo si sposta spesso verso Milano, Roma, Bologna o l’estero. Dietro questa scelta ci sono ragioni economiche e opportunità professionali differenti. Ma esiste anche un altro tema, del quale forse si parla forse: quanto siamo capaci di accompagnare un giovane nel passaggio dall’università al lavoro? Una questione che Armando Crispino, commercialista e consulente aziendale, fondatore di Studio Crispino, si è posto in prima persona. Creando il progetto Crispino Academy, che ci racconta all’interno della nostra rubrica dedicata alle imprese.
Il ponte tra sapere e saper fare
L’università ha il compito fornire conoscenze, metodo, strumenti di analisi e capacità critica. Eppure, tra la preparazione accademica e la quotidianità di un’impresa o di uno studio professionale, rimane spesso uno spazio da colmare. Un giovane può conoscere i principi senza avere mai partecipato a una riunione con un cliente o aver dovuto gestire scadenze, priorità improvvise o un problemi organizzativi. Può, inoltre, arrivare al primo lavoro senza aver ancora potuto sviluppare competenze oggi sempre meno accessorie: comunicare, lavorare in squadra, organizzare il proprio tempo, utilizzare gli strumenti digitali. A tutto questo si aggiunge l’intelligenza artificiale, che sta modificando rapidamente attività e competenze richieste anche nelle professioni considerate più tradizionali. Il punto, quindi, non è stabilire se l’università prepari davvero al lavoro, ma capire chi debba costruire il ponte tra il sapere e il saper fare.
Il commercialista è una professione per boomer?
Tra le professioni che più di altre stanno vivendo questo paradosso c’è quella del commercialista. Nell’immaginario di molti giovani continua a essere associata a dichiarazioni dei redditi, fatture, modelli F24, scadenze e attività amministrative. Ma, negli ultimi anni, il lavoro del commercialista è cambiato profondamente. Le imprese non cercano più soltanto qualcuno che gestisca gli adempimenti, ma professionisti capaci di affiancarli nelle decisioni. Investimenti, finanza, incentivi, gestione delle risorse, digitalizzazione, sostenibilità e pianificazione sono ormai parte dell’attività di molti studi professionali. Con l’intelligenza artificiale che rende sempre meno richiesto chi sa compilare una pratica e sempre più chi sa interpretare informazioni e aiutare a prendere decisioni. È una professione, dunque, molto più vicina alla consulenza strategica di quanto venga ancora percepito all’esterno. Eppure fa fatica ad attrarre le nuove generazioni.
La trasformazione necessaria degli studi professionali
Se alcune professioni vengono percepite come poco dinamiche, anche il mondo professionale deve interrogarsi sul modo in cui si presenta. E, soprattutto, sul come accoglie chi entra. Il modello tradizionale del giovane praticante che trascorre mesi occupandosi solo delle attività più semplici e ripetitive rischia di essere sempre meno compatibile con le aspettative di chi oggi si affaccia sul mercato del lavoro. Un ragazzo ha bisogno di confrontarsi con problemi reali, osservare professionisti al lavoro, conoscere strumenti nuovi e comprendere il proprio percorso di crescita. Ed è proprio nel tentativo di ridurre questa distanza tra formazione e professione che stanno iniziando a nascere esperienze differenti.
Il caso della Crispino Academy
E parte proprio da questi interrogativi il progetto Crispino Academy, nato a Catania con l’obiettivo di creare un collegamento più diretto tra preparazione accademica ed esperienza professionale. L’idea di fondo è portare il lavoro dentro la formazione, prima ancora che il giovane faccia il proprio ingresso stabile in uno studio o in un’impresa. Non una formazione costruita esclusivamente sulla teoria, quindi, ma un percorso nel quale sono professionisti che operano ogni giorno sul campo a trasferire esperienze, metodi e strumenti. Con casi concreti, problemi da risolvere, organizzazione del lavoro, comunicazione con i clienti, e uso dell’intelligenza artificiale. La logica è quella dell’apprendimento attraverso situazioni reali. Affiancando alle competenze tecniche quelle trasversali, che spesso determinano davvero la qualità del lavoro. Con l’obiettivo di mostrare ai giovani una professione al passo coi tempi e quali possibilità di crescita possano esistere anche in Sicilia.
Restare per la qualità, non per la quantità
Un caso che può fare da esempio oltre la singola professione. Ragionando, quando si parla della fuga dei giovani dal Sud, non solo sul numero di opportunità disponibili, ma sulla loro qualità. Perché un giovane può scegliere di restare quando percepisce che crescita professionale non sono solo parole. E che costruire una carriera ambiziosa non significa necessariamente dover cambiare regione. Non come unica prospettiva possibile, almeno. Per riuscirci servirà probabilmente un dialogo sempre più stretto tra università, imprese e professionisti e luoghi nei quali un giovane possa trasformare ciò che ha studiato in qualcosa che sa realmente fare.