Ogni tornata elettorale porta con sé lo stesso rituale mediatico e politico: al confine tra legge e opportunità, sullo sfondo della legalità. Ma la nota ufficiale letta dalla presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Chiara Colosimo, trasforma la teoria in un caso di scuola clamoroso. Al centro dei riflettori c’è il Comune di Randazzo, in provincia […]
Amministrative 2026, il caso Randazzo scaricato sui cittadini: la legalità tra diritto ed etica
Ogni tornata elettorale porta con sé lo stesso rituale mediatico e politico: al confine tra legge e opportunità, sullo sfondo della legalità. Ma la nota ufficiale letta dalla presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Chiara Colosimo, trasforma la teoria in un caso di scuola clamoroso. Al centro dei riflettori c’è il Comune di Randazzo, in provincia di Catania, dove la lista dei candidati cosiddetti impresentabili ha terremotato lo scenario politico a pochissimi giorni dal voto per le Amministrative 2026. Il caso Randazzo non è una semplice sfumatura burocratica: è la dimostrazione del confine, sfocato e pericoloso, che separa l’impresentabilità dall’incandidabilità. E dalla conseguente incompatibilità istituzionale. Un terreno dove si scontrano le ragioni dell’etica pubblica e i diritti sanciti dalla Costituzione.
Il paradosso di Randazzo: sindaci in corsa ma bannati dall’etica
Per comprendere la gravità del cortocircuito odierno, basta guardare numeri e nomi emersi dal vaglio della Commissione. Su 28 impresentabili individuati a livello nazionale in 35 Comuni al voto per le Amministrative 2026, la piccola realtà di Randazzo – Comune reduce dallo scioglimento per infiltrazioni mafiose – ne concentra quattro: una quota sbalorditiva. Travolgendo un candidato al Consiglio comunale e ben tre candidati a sindaco su cinque: Alfio Freddy Pillera (Trasparenza e legalità), Gianluca Giuseppe Anzalone (Si muove la città) e Concetta Carla Luisa Foti (Responsabilità e futuro). Per la legge Severino i tre candidati sono pienamente candidabili, in quanto non hanno condanne definitive, e gli uffici elettorali del tribunale hanno validato le loro liste. Ma per il Codice di autoregolamentazione – che i partiti firmano su base volontaria – sono impresentabili. Sulla base di un codice etico che prevede lo stop anche per un rinvio a giudizio – come nel caso di Pillera – o una misura di prevenzione.
Il caso di Gianluca Giuseppe Anzalone
L’inserimento nell’elenco della commissione Antimafia di Gianluca Giuseppe Anzalone, candidato sindaco a Randazzo, riguarda invece il suo ruolo di ex vicesindaco del Comune, durante la sindacatura di Francesco Sgroi, al momento dello scioglimento. Stesso discorso per Concetta Foti e per il candidato al Consiglio Emilio Emanuele La Piana, entrambi con un passato da assessori. Ruoli che non incidono su candidabilità ed eleggibilità. «Il mio casellario giudiziale è pulito – dichiara Anzalone in un video -, non ho carichi pendenti e non sono indagato per alcun reato. Il mio nome non compare in alcun passaggio della relazione prefettizia. Questa vicenda, anzi, è uno stimolo ulteriore ad amministrare con legalità e al rigore». Anzalone porta in dote anche la sponsorizzazione del Pd, pur in un percorso civico senza l’utilizzo del simbolo, come specificato dal segretario regionale Anthony Barbagallo. Che, però, siede anche nella stessa commissione nazionale Antimafia che ha dichiarato il candidato incompatibile.
Un cortocircuito che abbiamo provato a ricostruire con il segretario siciliano, ma senza riuscire a contattarlo. A parlarne è, invece, Giovanni Burtone, deputato regionale del Pd. «Non ho visto i documenti sullo scioglimento del Comune di Randazzo, quindi non posso entrare nel merito – dichiara a MeridioNews -. Spero, però, che qualcuno di autorevole chiarisca. Perché in questa fase era necessario un segnale di maggiore trasparenza e linearità. La linea del partito, che dovrebbe avere questi temi nel suo dna, avrebbe dovuto essere incontestabile. Riuscendo ad andare oltre».
Dalla presunzione di innocenza al danno alle urne
Il caso siciliano mette a nudo la frizione insanabile con l’articolo 27 della Costituzione, che tutela la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. Quando la commissione Antimafia diffonde questi elenchi a ridosso del silenzio elettorale, l’effetto sui territori è devastante. Si crea un’asimmetria informativa insanabile: per la giustizia l’imputato è innocente fino a prova contraria, per il tribunale mediatico è già politicamente condannato. Se un domani i candidati che stanno affrontando un processo dovessero essere assolti con formula piena – come già accaduto a decine di amministratori locali in passato -, nessuno potrà restituire loro l’onorabilità perduta o sanare il condizionamento subito dagli elettori nel segreto dell’urna.
Lo screening legalitario fuori tempo
La vicenda di Randazzo fotografa poi un limite strutturale di efficacia: il fattore tempo. La commissione Antimafia ha reso noti i nomi degli impresentabili a quattro giorni dal voto. Cosa possono fare davvero partiti e liste civiche? Nulla. Per la legge elettorale italiana, quando le liste sono state vidimate dal tribunale, non è più possibile cancellare nessun nome. La situazione è quindi paradossale: avere un candidato sindaco regolarmente eletto, ma con la macchia di un giudizio morale. Frutto di uno scaricabarile che nasce dai partiti che non riescono (o non vogliono) fare pulizia all’interno, componendo le liste non sulla base dei casellari giudiziari, ma di opportunità politica, trasparenza e rispetto del territorio. Passa per l’arbitro etico dell’ultimo minuto dell’Antimafia. E finisce sui cittadini, cui viene delegato il ruolo di giudici. In una pratica ipocrita nella selezione della classe dirigente in Italia.