Foto di Anita Pavone

Giardini Naxos, tornano visibili i cerchi nella roccia: «Antica attività vitale per l’economia»

Il mare restituisce tracce del passato lungo la costa di Giardini Naxos, in provincia di Messina. Nelle ultime settimane sono riemersi i caratteristici cerchi incastonati nella roccia, visibili nuovamente grazie all’azione delle correnti e del moto ondoso. Le immagini, condivise su Facebook e Instagram, hanno riacceso la curiosità ma anche la memoria tra i residenti. «I miei figli dentro quei cerchi ci giocavano 35 anni fa», scrive una donna. «Mi avete sbloccato un bellissimo ricordo – aggiunge un altro utente – Quando ero piccolo, facevo finta che fosse la mia piscina». In tanti, però, si chiedono anche cosa siano effettivamente quei cerchi incastonati nella roccia.

Gli studi: cosa sono i cerchi nella roccia di Giardini Naxos

A spiegare l’origine dei cerchi riemersi lungo il litorale di Giardini Naxos è il geologo Ernesto Bellomo, che riconduce il fenomeno a un’antica attività estrattiva. «Si tratta di vecchie cave per l’estrazione di macine di mulino», chiarisce Bellomo a MeridioNews. La loro presenza ha destato curiosità dopo le mareggiate degli ultimi mesi, ma già in passato – ad esempio nel 2023 – erano state censite numerose impronte e frammenti. Secondo Bellomo, l’estensione originaria di queste cave era molto più ampia rispetto a quella visibile oggi. «A partire dagli anni Sessanta – spiega – molte aree sono state cementificate, riducendo le tracce di queste lavorazioni». Siti simili sono stati individuati anche lungo il litorale di Letojanni, nella frazione Fondaco Parrino, e a Mazzarò, nel territorio di Taormina, dove affiorano lembi di conglomerato bianco-grigio e marrone-rosso.

Entrando nel dettaglio geologico, il professore sottolinea la particolarità del materiale. «Parliamo di una sabbia cementata di formazione relativamente recente, il cosiddetto beach rock, formatosi tra i 6mila e i 10mila anni fa. È una roccia composta da elementi che vanno dalla sabbia ai ciottoli medi e affiora tipicamente lungo i litorali». Proprio questa composizione la rendeva ideale per la produzione delle macine. «Era un’ottima pietra per macinare il grano – prosegue – perché la sua struttura permetteva ai chicchi di incastrarsi. Il fondale marino, una volta emerso, è stato sfruttato come cava: le macine venivano estratte direttamente in loco e poi lavorate».

La vicinanza al mare

I fori circolari visibili oggi, spesso interpretati in passato come vasche per pesci o anguille, sono in realtà le tracce di questa attività. «Si tratta di circa cinquanta cavità, con diametri variabili e spessori rilevanti – precisa Bellomo –. Alcune arrivano fino a due metri, come quelle davanti alla chiesa di Santa Grazia». L’estrazione avveniva con tecniche relativamente semplici ma efficaci. «Si utilizzavano picconi, pale e cunei di legno per separare fisicamente le macine dal banco roccioso. Nonostante la facilità di lavorazione, si trattava comunque di blocchi dal peso di diverse tonnellate».

La vicinanza al mare rappresentava un vantaggio logistico fondamentale. «Essendo a ridosso della costa – aggiunge – le macine venivano facilmente trasportate via mare, probabilmente anche per la vendita». Dal punto di vista cronologico, le cave sarebbero relativamente recenti. «Secondo i dati in nostro possesso, risalgono dal Settecento in poi, in linea con i mulini ad acqua presenti nella zona di Mitogio, che utilizzavano macine simili». Questi impianti erano alla base dell’economia locale. «Nelle valli dell’Alcantara e del Simeto erano presenti decine di mulini – spiega – che sfruttavano la forza dell’acqua per azionare due macine sovrapposte. Dallo sfregamento si otteneva la macinazione di grano e altri cereali».

Con l’avvento dell’energia elettrica, però, questo sistema è progressivamente scomparso. «All’inizio del Novecento – conclude Bellomo – i mulini idraulici sono stati abbandonati, perché dipendenti esclusivamente dalla forza dell’acqua». Il geologo, infine, segnala anche il tema della tutela del sito. «Abbiamo presentato uno studio alla Soprintendenza di Messina – afferma – valutando anche l’ipotesi di ricoprire le cavità con sabbia. Tuttavia, trattandosi di un’area soggetta a mareggiate, il movimento del fondale potrebbe favorire nuovi fenomeni di erosione».


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