Foto di Polizia di Stato

Niscemi, il conto della ricostruzione: tra fondi, ritardi e lo spettro della delocalizzazione

A oltre due mesi dalla frana che ha squarciato la collina su cui sorge Niscemi, il Comune del Nisseno prova a guardare al futuro e alla ricostruzione con un dato finalmente certo: 150 milioni di euro di fondi. Annunciati il 16 febbraio dalla premier Giorgia Meloni, entreranno nel decreto maltempo. Rappresentando i primi, sostanziosi, fondi per il destino di 1.500 sfollati e di un intero territorio. Ma dietro la cifra – destinata a lievitare, tra proposte regionali e richieste di dirottamento dei fondi per il Ponte sullo Stretto – si cela una realtà complessa. Fatta di un dissesto idrogeologico conosciuto da decenni e di un Pnrr che non ha investito un centesimo per la messa in sicurezza. A fronte di una perizia tecnica che inchioda Niscemi a una scelta epocale: «È impossibile una stabilizzazione definitiva».

I numeri: le offerte del governo e le richieste in Regione

La partita economica per Niscemi si gioca su tre livelli. Il primo è statale. Con il decreto di fine febbraio e i 150 milioni definiti «immediatamente operativi». Per tre azioni specifiche: demolizione degli edifici compromessi, messa in sicurezza del territorio e indennizzi per l’acquisto di nuove abitazioni. A sovrintendere, il capo della Protezione civile nazionale Fabio Ciciliano. Il secondo livello è regionale. Con il disegno di legge all’Ars dei deputati di Sud chiama Nord Cateno De Luca, Giuseppe Lombardo e Matteo Sciotto che chiedono ben 310 milioni di euro per Niscemi. Attingendo dal Fondo sviluppo e coesione (Fsc) 2021-2027 e dall’avanzo libero del bilancio regionale. E c’è poi il livello della programmazione strutturale. Con lo Svimez che indica, per un intervento duraturo, le somme del Fsc della Regione siciliana, con 1,2 miliardi per «rischi e adattamento climatico» da impegnare entro il 2029.

Il peso del passato: il Pnrr che non è arrivato

Ma com’è possibile che, nel periodo più finanziato della storia italiana, una storia di frane lunga trent’anni non fosse già risolta? A rispondere è un’inchiesta di Milano Finanza sull’uso dei fondi del Pnrr a Niscemi. La scoperta è amara: neanche un centesimo europeo è andato al dissesto idrogeologico del Comune. Per due motivi. Da un lato, i soldi del Pnrr sul tema sono stati prima ridotti a livello nazionale e poi stralciati dal governo Meloni. Giudicati «non ammissibili» dall’allora ministro Raffaele Fitto, in quanto legati a progetti datati. Dall’altro, il Comune di Niscemi ha utilizzato le risorse del Pnrr per altre priorità: 495mila euro per la «rimozione delle barriere cognitive» al museo civico, 760mila per la sistemazione di una strada, 990mila per l’efficientamento energetico dell’ospedale. Il risultato è l’incapacità di affrontare un’emergenza, con uno degli oltre 306mila progetti locali finanziati da 194 miliardi europei a pioggia.

Il nodo tecnico: impossibile stabilizzare, tocca delocalizzare

Se il quadro finanziario è complesso, quello geologico è drammatico. La relazione degli esperti dell’università di Firenze, chiamati dalla Protezione civile a valutare il rischio, ha consegnato una sentenza senza appello: «È impossibile una stabilizzazione definitiva dell’intero sistema mediante interventi strutturali estensivi». La frana che si è aperta a gennaio si sviluppa per circa 4,7 chilometri. Con un volume totale di oltre 80 milioni di metri cubi e scarpate che, in alcuni punti, superano i 40 metri di altezza. Il professore Nicola Casagli, che guida il team di esperti, lo aveva già detto in passato: «La strategia più saggia, in questi casi, sarebbe la delocalizzazione, spostando e ricostruendo in zone sicure». Almeno per gli edifici entro 50 metri dalla scarpata, dice la perizia. Raccomandazione che riporta alla memoria la relazione della Protezione civile di 25 anni fa, dopo la frana del 1997, rimasta lettera morta.

Lo scontro politico: Ponte sì, Ponte no

Dopo la frana di gennaio, il dibattito politico si è acceso intorno a una questione: dirottare i fondi del Ponte sullo Stretto per finanziare la ricostruzione di Niscemi. L’Assemblea regionale siciliana ha approvato, con 32 voti, un ordine del giorno che chiede di spostare per i territori colpiti 1,3 miliardi di euro previsti come cofinanziamento regionale del Ponte. La risposta del governo è stata netta: «Sono per investimenti. Troveremo altri fondi senza bloccare le opere», ha risposto il vicepremier Matteo Salvini. Una «chiacchiera da bar» la più rapida risposta del ministro della Protezione civile Nello Musumeci che da, governatore della Sicilia, aveva avuto sul tavolo le relazioni sul rischio idrogeologico. Sul fronte opposto, la segretaria del Pd Elly Schlein e il leader del M5s Giuseppe Conte hanno chiesto con forza di spostare le risorse. Posizione sostenuta anche da Avs e Italia Viva. Con la richiesta aggiuntiva di «marginalizzare Salvini».

Il fattore umano: «Voglio tornare nella mia casa»

Mentre i tecnici studiano e la politica discute, a Niscemi restano oltre 1500 sfollati. Che hanno lasciato le loro case nella zona rossa, molte delle quali pendono sul vuoto. «Ricostruire a Gela? Io vorrei tornare nella mia casa, dove ho tutto», dice la signora Angela Vaccaro. «Non sono solo case, ma i sacrifici di una vita, nostri e dei nostri padri», aggiunge Giovanni Lo Monaco. «Niscemi deve pretendere di poter mantenere la propria identità. Servono fondi, non promesse», è il monito di Andrea D’Alessandro, un altro degli sfollati. Che oggi ricevono un contributo per l’autonoma sistemazione da 400 euro a nucleo familiare, più 100 euro componente. Ma, al di là dei fondi, rimangono con una paura: che la ricostruzione disperda la comunità di Niscemi. «Chi verrà a vivere in queste aree – ha garantito il sindaco di Gela, Terenziano Di Stefano, pronto a cedere porzioni del suo territorio – rimarrà niscemese».

Il cronoprogramma e le incognite

La strada è tracciata, ma piena di ostacoli. I 150 milioni in arrivo, la nomina di Ciciliano per accelerare le procedure, la sospensione dei tributi fino a ottobre danno ossigeno e speranza alle famiglie. Ma restano aperte le questioni centrali: quanti di quei fondi arriveranno ai cittadini e quando? La Regione riuscirà a trovare le risorse aggiuntive richieste? E, soprattutto, la comunità di Niscemi accetterà di abbandonare la collina? Meloni ha messo in guardia dalla fretta: «Se forzassi le decisioni per dare risposte più veloci ai cittadini e, così, mettessi a repentaglio la loro sicurezza, sarei una pazza». Ma per gli sfollati, che hanno vissuto promesse e ritardi per quasi trent’anni, il tempo della prudenza è finito.


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