Estorsione, denunciano solo 4 vittime su cento

Settantacinque miliardi di euro: è il fatturato annuo della mafia, quasi il doppio di quello della Fiat. Sono statistiche di SOS impresa, una delle associazioni nazionali per la difesa dal racket e dall’usura, ospite del convegno “Istruzioni per il contrasto” svoltosi a Giarre giovedì 19 luglio. Un incontro che rientra nel Progetto di Formazione e sostegno delle associazioni che operano in Sicilia contro il racket delle estorsioni, l’usura e la criminalità organizzata; un percorso, iniziato nel gennaio del 2006 grazie ai finanziamenti regionali ed europei, che mira a rafforzare il ruolo di queste associazioni, semplicemente parlandone, diffondendo contatti, numeri telefonici, facendo sentire la loro presenza sul territorio.

Di fronte a un pubblico fatto soprattutto da istituzioni civili e militari, e rappresentanti delle associazioni, rimbombano le parole di due vittime della mafia. Giovanni, con la voce tremula, nonostante abbia già testimoniato decine di volte, racconta il fallimento della sua azienda per colpa delle estorsioni: «Il pizzo non è solo un’imposta mensile, il pizzo si paga anche quando ti costringono a far lavorare quelli che vogliono loro, quando alcuni clienti non pagano la merce perché “amici di amici’; il pizzo è uno strumento di intimidazione che rende schiavi». E parlando della sua vita privata aggiunge: «Sono rimasto sei anni lontano dalla mia famiglia e mi rendo conto che la mia personalità è cambiata».

Un ruolo importante nella scelta di ribellione di Giovanni l’ha svolto l’associazione ASIA, diretta da Salvatore Campo, anche lui presente al convegno, che ha ricordato come le associazioni antiracket siano l’anello di congiunzione tra il territorio e le istituzioni, tra i commercianti e le forze dell’ordine nel percorso che porta alla denuncia, unico strumento di contrasto per queste forme di reati sommersi. «Non si può sconfiggere questo fenomeno soltanto con la repressione. Aumentare il numero di poliziotti o carabinieri non basta se non nasce un’attiva collaborazione», afferma Campo.
Tuttavia sono molti i fattori che scoraggiano le vittime, in particolare carenze istituzionali tra le quali la lunghezza dei processi assume un ruolo decisivo. «Per arrivare al primo grado di sentenza – spiega la dottoressa Marina Acagnino, magistrato presso il tribunale di Catania – ci vogliono nel 70% dei casi quattro anni, nel 14% sette anni, nel 3% nove anni. E per gli incensurati questi reati si prescrivono in pochissimo tempo». Manca la certezza della pena, elemento fondante nella creazione di una cultura della legalità.

Per lungo tempo la mafia ha considerato l’usura un’attività disdicevole, ma ultimamente e soprattutto nella Sicilia Orientale Cosa Nostra ha fatto di questa attività un ottimo espediente per riciclare i proventi del traffico di stupefacenti. Un po’ diverso è il discorso sulle estorsioni: «La mafia ha perfezionato nuove tecniche nel tentativo di egemonizzare il suo controllo sul territorio: personaggi incensurati si offrono come soci in un’azienda in difficoltà. Una volta risanata la situazione, il credito acquisito dal nuovo socio costringe presto il vecchio proprietario a cedere a titolo definitivo l’azienda», spiega la dottiressa Acagnino. La mafia diventa quindi imprenditrice, sviluppando un potere parallelo a quello statale sempre più potente.

Anche Franca è una vittima che ha avuto il coraggio di denunciare: la mafia gli ha ucciso il padre, proprietario di un’industria conserviera con 150 dipendenti a Niscemi. Lei e il fratello hanno portato avanti per tre anni l’attività, ma dopo aver subito 18 scassi sono stati costretti a chiudere. «Ma non volevo dargliela vinta del tutto; – racconta Franca con orgoglio – così ho donato i locali agli scout, affinché quel posto continui a vivere, nonostante tutto, e sia sempre pieno di giovani». Dopo, in un momento di pausa lontano dai microfoni, Franca insiste su questo punto: i giovani hanno una sensibilità e un’attenzione diversa. Soltanto insegnando loro la cultura della legalità la lotta alla mafia potrà diventare collettiva e non legata a singole figure di eroi.

I dati statistici rivelano una situazione ancora imbarazzante: nell’ultimo anno le denunce penali per estorsione in Italia sono state 6183, ma SOS impresa, sulla base delle segnalazioni degli imprenditori ha contato 160 mila vittime del racket. Per quanto riguarda l’usura i commercianti colpiti sono 150 mila ma molti di essi hanno più di un debito a strozzo: il numero reale dei reati commessi arriva perciò a 450 mila casi. Il convegno si è svolto nell’anniversario della morte di Paolo Borsellino. «Mantenere il senso della storia è importante – ha concluso la dottoressa Agnese Moro, figlia dello statista democristiano ucciso dalle Br e presidente dell’Osservatorio sui fenomeni del racket e dell’usura del Ministero dell’Interno – Se guardiamo indietro, al cammino percorso, non possiamo che prendere coraggio. Non esistono ormai solo eroi isolati, ma decine di associazioni che lottano contro la mafia. C’è stata una moltiplicazione di soggetti». Nella convinzione che un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità.

Statistiche (dal rapporto 2006 di “SOS Impresa «Le mani della criminalità sulle imprese»)

ISE: Indice sintomatico di fatti estorsivi


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