Dietro l’angolo, storia di violenza domestica «Rispose con un sorriso e la chiamarono pazza»

La casa si stendeva oltre le dune, tra agavi e pini marittimi, costruita sulle prime rocce rosa che affioravano sul lungo litorale. Era bianca, ma il bianco si vedeva poco perché era opaco e si confondeva con le finestre, che tentavano di illuminarla. Scorrevoli, di azzurro carico, i vetri isolanti respingevano pure la risacca del mare.

Negli ambienti, sul parquet chiaro, tra il lino delle tende e i monili dei viaggi, aleggiava un vento interiore che non si posava quasi mai. Ma c’era. E Maria lo sentiva spesso in agguato, dietro l’angolo, pronto a piombare dentro e devastare oggetti e progetti, sovvertendo il naturale corso della vita.

Maria era capace di delicatezze d’animo e di finezze di pensiero inusuali ma, in quella casa magnifica, rivoltava se stessa per mettersi alla pari con i suoi abitanti. Come nelle terre selvagge, non si campa con la disquisizione ma con la sopraffazione. E questa era la legge della paura, che nemmeno i doppi vetri riuscivano a trattenere.

Lei odiava rivoltarsi, esponendo la parte peggiore di sé, perché sapeva che ogni giorno qualcosa di lei, in quella turpe recitazione, moriva. Ma era l’unico mezzo per respingere attacchi e influssi, contagi e presenze. Per questa ragione, Maria si sentiva preda cacciata, catturata e incattivita, bloccata in un magnifico recinto. Comunque un recinto.

Sognava architettura perché sognava una casa aperta, senza steccati né citofoni né reti. Una casa serena, libera di idee, in cui i suoi sentimenti potessero abitare festosamente e accettare quelli degli altri.

«Finirà», stringeva i denti e continuava, proiettandosi nel futuro e per pochi attimi le sembrava già di esserci. Ma poi, sentiva le lame delle spade ferirle i fianchi, rumore di ferraglia da combattimento e tornava a rivoltarsi, calando la feritoia dell’elmo metallico.

A volte pensava di non farcela da sola, di diventare come loro, di dubitare di tutti e di isolarsi dal mondo e così succedeva che il vento, da dietro l’angolo, le prendesse il suo cuore impaurito. Maria compiva gesti all’apparenza violenti, ma era proprio questo che lei stessa voleva combattere, non trovando però altre armi di pari efficacia. Se avesse lasciato quella casa, avrebbe abbandonato pure la possibilità di costruirsi un futuro diverso. Quindi, teneva duro, sapendo che lei, in fondo, non era affatto così come gli altri abitanti della casa la vedevano.

Un giorno vide il vento scendere nel cuore di sua madre e impossessarsene. E altri giorni ancora. Poi si ricordò che lo stesso turbine sconvolse lo sguardo di suo padre, infiammandone gli occhi di ira e di rivalsa, tanti anni prima quando lei era bambina.

Si ricordò pure che oltre a quel ricordo, più indietro, non c’era niente. Tutto iniziava dal braccio alzato di quell’uomo, tenuto malamente a freno dal corpo della madre, proteso come uno scudo.

Maria non fu più la stessa. Fuggiva, quando sentiva il vento piombare da dietro l’angolo. Scappava da quella nera realtà che la destabilizzava, lasciando pure ognuno preda della propria tromba d’aria. E diventava immediatamente un’altra, cambiando repentinamente umore, per allontanare il possibile contagio.

«Finirà», si prometteva, serrando le mascelle, osservando di sbieco quel vento che, da dietro l’angolo, come un demonio le offriva la soluzione su un vassoio d’argento.

Allora, lei imparò a rispondere con un sorriso e con la voce calma. E la chiamarono pazza. 


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