CLASSIC: After the gold rush – Neil Young

Neil Young
AFTER THE GOLD RUSH
(1970,
Reprise)

Per Neil Young sono quattro gli anni decisivi che anticipano la pubblicazione di After The Gold Rush. E’ il ’66 quando suona e canta coi Buffalo Springfield ricamando importanti lavori folk-rock e segnando, così, il suo debutto assoluto. Nel ’69 poi la sua prolificità è impressionante: sigla i suoi due primi solo-album (“Everybody knows it is nowhere” e “Neil Young”) con la collaborazione dei Crazy Horse, inserisce la sua ‘Y’ nella premiata ditta CSN&Y (Crosby, Still, Nash & Young) per il lavoro “Deja Vu” e calpesta il palco del concerto più importante della storia: Woodstock. Quando giunge, dunque, il 1970 ed è il momento di buttar giù il suo terzo album da solista, Neil è un artista navigato. Ha esperienza da vendere e un talento riconosciuto un po’ dappertutto in America.

 
Quello che gli frulla per la mente è un lavoro che facesse crescere tutti quei semi piantati nelle importanti stagioni degli esordi. E così saranno proprio i vecchi amici Crazy Horse ad occuparsi di coprirgli le spalle. Billy Talbot al basso, Ralph Molina alla batteria e Danny Whitten trachitarre e voci sono i suoi angeli custodi sempre pronti a leggerne lo

spunto ed interpretarne l’dea musicale. “After The Gold Rush” è un album superbo. Sarebbe davvero complicato scovare una qualsiasi sbavatura o lato minore, e la sua caratteristica a “presa immediata” riesce a proiettare l’ascoltatore dentro al disco con una facilità impressionante. Bastano, infatti, tre accordi e la magia di Tell Me Why raggiunge ogni angolo, colora ogni spazio rincuora ogni umore. La dolcissima ballata d’apertura, consacra Neil Young come uno dei più delicati folk singer del mondo. L’ascoltatore è condotto in un volo attraverso mondi, strade, luoghi differenti, riuniti in un unico soffio di speranze e tristezze da incorniciare. Il pianoforte della title-track, poi, conferma la delicatezza di Neil che con la sua voce acuta e a falsetto crea drammaticità e poesia. “Gold Rush” è un libro di sentimenti e foto un po’ sbiadite. I cori, le fantastiche altalene ritmiche, la strumentazione trattata coi guanti ne segna l’anima entusiasta da polmoni aperti.

Un disco fatto di piani e forti a mescolare le due anime di Young: il rocker e il folk singer. Il country di Oh Lonesome Me (splendida l’armonica western), la drammatica title track, e la struggente (piano e voce) Byrds rappresentano la sfera emotiva e lirica dell’autore. L’aggressività di When You dance You Can Really Love, il rock n roll ritmico di Don’t let it bring you down e la splendida Southern Man, invece, sono le frecce veloci ed elettriche del disco. “Southern Man”, in particolar modo, è un po’ il manifesto artistico del singer canadese: denuncia della chiusura mentale, delle intolleranze e dell’ottusità dei coltivatori del Sud. La bella arrangiatura vede una grande prova della band che sta dietro ed un intramezzo chitarristico tutta farina di Neil dall’appassionante acido andamento. “Gold Rush” è il primo capitolo di quella fantastica carriera che Neil Young condurrà per oltre trent’anni. Carriera fatta di genio e poesia, di amarezza e attese e di quella passione musicale che impregnerà generazioni di musicisti folk.


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