Un altro racconto della vita: Casanova o le disforie dell’amore

La scrittura autobiografica può essere di due tipi: c’è quella che tenta di mettere ordine nel disordine della vita vissuta, che segna un percorso e rintraccia le coerenze, che cerca i significati, o li inventa; e c’è invece quella che, proprio nel ripercorrere gli episodi biografici sulla pagina, prova a riprodurne il carattere di originaria inconsapevolezza e autenticità, fermando il tempo della vita, o meglio restituendone il fluire nell’atto stesso della scrittura. Nella rinuncia a un senso che sia definitivo, nel rifiuto dell’idea di un destino che determina e definisce, nella fuga all’indietro nel tentativo di allontanare una conclusione inevitabile, questo tipo di autobiografia modella la scrittura sulla vita, ne insegue il movimento, evita le insidie del racconto e le seduzioni dell’interpretazione.

 

Testimonianza di questa seconda tipologia sarebbe appunto l’autobiografia di Giacomo Casanova, oggetto dell’intervento del professor Giorgio Ficara per l’incontro del Circolo di lettura del 27 aprile scorso. «La “Histoire de ma vie” è un libro scandaloso e rivoluzionario», dice Ficara, e non per l’esplicita narrazione delle gesta erotiche del protagonista, ma piuttosto per l’originalità della sua costruzione, che esclude dal racconto il concetto stesso di destino, inteso come limitazione del flusso vitale. Il Settecento illuminista, e il libertinismo erudito che è una delle sue espressioni, ci dicono che il bene supremo non è oltre la vita, ma è conseguibile hic et nunc, nella pienezza delle esperienze biografiche. Questo tenta di fare Casanova nella sua vita, «prima pienamente vissuta», come dice Sciascia, «poi pienamente scritta».

 

Ci sono però dei momenti nel libro, osserva ancora Ficara, in cui Casanova si contraddice, invalida formalmente la propria leggenda, interrompe il flusso della narrazione biografica e lascia spazio al romanzesco: è l’amore “l’intoppo”, il momento di rottura nella scrittura e nella vita, e la necessità di mantenerlo, di superare il semplice, naturale, iniziale innamoramento.

 

A Step1 che chiede se il senso del libro risieda proprio in queste fratture, Ficara risponde: «Questo è l’elemento malinconico, la rottura che ho letto io nel testo. Quando la ragione ha finito di ragionare, il tremore sta nel petto…». Ma la malinconia è già romantica, è l’incapacità di mantenere l’amore perché non si sa dirlo, perché sfugge, perché è naturale, ovvero sublime, e in questo senso estraneo e ostile alla natura sociale e civile dell’uomo.

 

La letteratura del Settecento tende a civilizzare la natura per poterla dire, per appropriarsene. Ficara ci spiega che questo «è un dato comune a molti pensatori del Settecento, quando la natura non viene mai descritta, se non quando è amena. La natura diventa affabile solo quando la mano dell’uomo la plasma, la “civilizza”. La poesia nella descrizione del luogo è un passo successivo a quel periodo». Sul finire del Settecento Casanova, in questi momenti di frattura dell’autobiografia, in queste sue disforie, dice della necessità di mantenere l’amore, attraverso la sua socializzazione, la sua civilizzazione, in particolare grazie a quella che Voltaire definisce «una collaborazione libertina o intellettuale» tra l’uomo e la donna. È questo, secondo Ficara, uno dei temi più interessanti del libro: «l’aspetto previsionale della collaborazione con la donna, il non insistere sulle differenze fra uomo e donna e, anzi, abolirle. Ciò che ne deriva è l’assottigliamento della distanza a livello simbolico in contrapposizione al “mito dell’antagonismo”» tipico invece del dongiovannismo.

 

Al termine dell’incontro, Ficara ci dedica qualche altro minuto.

 

Ha già partecipato ad altri circoli di lettura come questo?

Al Teatro della Tosse di Genova ho partecipato ad un incontro di “cantastrofe” su questo stile e al Festival di Benevento sono intervenuto su Casanova in una situazione teatrale, ma è negli Stati Uniti che capita più di frequente di partecipare a momenti seminariali molto vicini allo stile di questo Circolo. Una volta a Stanford ho letto il Canto Notturno partecipando a un incontro con gli studenti nella casa del campus.

 

Se dovesse scegliere, si definirebbe più vicino alla figura del Casanova o a quella del Don Giovanni?

Sicuramente a quella del Casanova.

 

Di questi tempi sarebbe anche più politicamente corretto…
Beh, visto che l’opposto è il “politicamente scorretto”, lo preferisco comunque.

 

Il programma completo del Circolo di lettura


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